Traduzione di Versi 56 - 159, Libro 4 di Virgilio

Versione originale in latino


Principio delubra adeunt pacemque per aras
exquirunt; mactant lectas de more bidentis
legiferae Cereri Phoeboque patrique Lyaeo,
Iunoni ante omnis, cui vincla iugalia curae.
Ipsa tenens dextra pateram pulcherrima Dido
candentis vaccae media inter cornua fundit,
aut ante ora deum pinguis spatiatur ad aras,
instauratque diem donis, pecudumque reclusis
pectoribus inhians spirantia consulit exta.
Heu, vatum ignarae mentes! quid vota furentem,
quid delubra iuvant? Est mollis flamma medullas
interea et tacitum vivit sub pectore vulnus.
Uritur infelix Dido totaque vagatur
urbe furens, qualis coniecta cerva sagitta,
quam procul incautam nemora inter Cresia fixit
pastor agens telis liquitque volatile ferrum
nescius: illa fuga silvas saltusque peragrat
Dictaeos; haeret lateri letalis harundo.
Nunc media Aenean secum per moenia ducit
Sidoniasque ostentat opes urbemque paratam,
incipit effari mediaque in voce resistit;
nunc eadem labente die convivia quaerit,
Iliacosque iterum demens audire labores
exposcit pendetque iterum narrantis ab ore.
Post ubi digressi, lumenque obscura vicissim
luna premit suadentque cadentia sidera somnos,
sola domo maeret vacua stratisque relictis
incubat. Illum absens absentem auditque videtque,
aut gremio Ascanium genitoris imagine capta
detinet, infandum si fallere possit amorem.
Non coeptae adsurgunt turres, non arma iuventus
exercet portusve aut propugnacula bello
tuta parant: pendent opera interrupta minaeque
murorum ingentes aequataque machina caelo.
Quam simul ac tali persensit peste teneri
cara Iovis coniunx nec famam obstare furori,
talibus adgreditur Venerem Saturnia dictis:
"Egregiam vero laudem et spolia ampla refertis
tuque puerque tuus (magnum et memorabile numen),
una dolo divum si femina victa duorum est.
Nec me adeo fallit veritam te moenia nostra
suspectas habuisse domos Karthaginis altae.
Sed quis erit modus, aut quo nunc certamine tanto?
Quin potius pacem aeternam pactosque hymenaeos
exercemus? Habes tota quod mente petisti:
ardet amans Dido traxitque per ossa furorem.
Communem hunc ergo populum paribusque regamus
auspiciis; liceat Phrygio servire marito
dotalisque tuae Tyrios permittere dextrae".
Olli (sensit enim simulata mente locutam,
quo regnum Italiae Libycas averteret oras)
sic contra est ingressa Venus: "Quis talia demens
abnuat aut tecum malit contendere bello?
Si modo quod memoras factum fortuna sequatur.
Sed fatis incerta feror, si Iuppiter unam
esse velit Tyriis urbem Troiaque profectis,
miscerive probet populos aut foedera iungi.
Tu coniunx, tibi fas animum temptare precando.
Perge, sequar". Tum sic excepit regia Iuno:
"Mecum erit iste labor. Nunc qua ratione quod instat
confieri possit, paucis (adverte) docebo.
Venatum Aeneas unaque miserrima Dido
in nemus ire parant, ubi primos crastinus ortus
extulerit Titan radiisque retexerit orbem.
his ego nigrantem commixta grandine nimbum,
dum trepidant alae saltusque indagine cingunt,
desuper infundam et tonitru caelum omne ciebo.
diffugient comites et nocte tegentur opaca:
speluncam Dido dux et Troianus eandem
devenient. Adero et, tua si mihi certa voluntas,
conubio iungam stabili propriamque dicabo.
hic hymenaeus erit". Non adversata petenti
adnuit atque dolis risit Cytherea repertis.
Oceanum interea surgens Aurora reliquit.
it portis iubare exorto delecta iuventus,
retia rara, plagae, lato venabula ferro,
Massylique ruunt equites et odora canum vis.
reginam thalamo cunctantem ad limina primi
Poenorum exspectant, ostroque insignis et auro
stat sonipes ac frena ferox spumantia mandit.
tandem progreditur magna stipante caterva
Sidoniam picto chlamydem circumdata limbo;
cui pharetra ex auro, crines nodantur in aurum,
aurea purpuream subnectit fibula vestem.
nec non et Phrygii comites et laetus Iulus
incedunt. Ipse ante alios pulcherrimus omnis
infert se socium Aeneas atque agmina iungit.
qualis ubi hibernam Lyciam Xanthique fluenta
deserit ac Delum maternam invisit Apollo
instauratque choros, mixtique altaria circum
Cretesque Dryopesque fremunt pictique Agathyrsi;
ipse iugis Cynthi graditur mollique fluentem
fronde premit crinem fingens atque implicat auro,
tela sonant umeris: haud illo segnior ibat
Aeneas, tantum egregio decus enitet ore.
postquam altos ventum in montis atque invia lustra,
ecce ferae saxi deiectae vertice caprae
decurrere iugis; alia de parte patentis
transmittunt cursu campos atque agmina cervi
pulverulenta fuga glomerant montisque relinquunt.
at puer Ascanius mediis in vallibus acri
gaudet equo iamque hos cursu, iam praeterit illos,
spumantemque dari pecora inter inertia votis
optat aprum, aut fulvum descendere monte leonem.

Traduzione all'italiano


Prima si recano nei templi e implorano la pace sulle are, sacrificano secondo il rito scelte pecore bidenti a Cerere legislatrice, a Febo e al padre Lico, a Giunone prima di tutti che tutela i vincoli nuziali. La bellissima Didone tenendo nella destra una coppa la versa tra le corna di una candida giovenca, o si aggira davanti alle statue degli dei verso i ricchi altari, e rinnova il giorno con doni e, aperto il petto delle vittime, consulta avidamente le viscere palpitanti. O ignare menti dei profeti! Che giovano a lei fuori di sé i voti e i templi? Frattanto una dolce fiamma le divora le midolla e tacita vive la ferita nel cuore. Brucia l'infelice Didone e si aggira folle per tutta la città come una cerva colpita da una freccia che, di lontano, un pastore tra i boschi di Creta colpì, incauta, inseguendola con i dardi e ignaro le lasciò il volatile ferro (la freccia). Lei in fuga attraversa i boschi e le gole di Creta (Dittei), ma la freccia letale è fissa nel fianco. Ora porta con sé Enea all'interno delle mura e ostenta la ricchezza Sidonia e la città in costruzione: inizia a parlare ma si blocca a metà parola. Ora al cader del giorno ripete perduta (folle) gli stessi conviti e di nuovo chiede di ascoltare le pene troiane e di nuovo pende dalle labbra di chi parla; poi una volta partiti e l'oscura Luna a sua volta nasconde il raggio e le stelle che tramontano invitano al sonno, sola si affligge nella casa deserta e si distende sui tappeti abbandonati (da lui); assente ode e vede lui assente; o tiene in grembo Ascanio, rapita dall'immagine del padre, (per vedere) se possa ingannare l'inconfessabile amore. Non si alzano le torri iniziate, la gioventù non si esercita alle armi e non preparano porti o difese sicure per la guerra. Restano sospese le opere interrotte e la gigantesca mole delle mura e le impalcature che eguagliano il cielo. Non appena la cara sposa di Giove si accorge che lei è posseduta da un tale furore e che l'onore non ostacola la follia, la Saturnia con tali parole assale Venere: "Tu e tuo figlio di certo ottenete magnifica gloria e spoglie ampie, grande e memorabile fama, se una sola donna è vinta dall'inganno di due divinità. Di certo non mi inganno che tu hai temuto le nostre (mie) mura, che hai pensato sospette le case di Cartagine alta. Ma quale sarà il termine e dove (giungeremo) con sì grande contesa? Perché piuttosto non stringiamo una pace eterna e patti nuziali? Hai ciò che hai chiesto con tutto il cuore: arde Didone mando e ha tratto il furore nelle ossa. Dunque regniamo su questo popolo in comune con pari auspici, sia consentito che serva un marito Frigio e che consegni i tiri in dote alla tua destra". Così di contro le rispose Venere (capì infatti che aveva parlato con subdola mente, onde portare su Libiche coste il regno d'Italia): "Quale pazzo potrebbe negare tali offerte o preferire combattere in guerra con te? Purché il fato assecondi il fatto che dici. Ma dai fatti sono tratta al dubbio, se Giove desideri che ci sia una sola città per i Tiri e i profughi da Troia, approvi che i popoli si uniscano o che i patti si stringano, tu, sua sposa, pregando puoi tentare il suo animo. Vai avanti: ti seguirò". Allora così ricominciò la regia Giunone: "Con me sarà questa cura, ora ascolta, ti insegnerò con poche parole in che modo si possa fare quel che preme. Enea e insieme Didone infelicissima si preparano ad andare a caccia nel bosco, quando domani il sole avrà diffuso i primi bagliori e avrà rischiarato coi suoi raggi il mondo. Io su di loro riverserò una nera pioggia mista a grandine mentre le schiere corrono qua e là e con le reti cingono le macchie e scuoterò tutto il cielo con il fulmine. I compagni fuggiranno e saranno coperti da una notte opaca. Didone e l'eroe troiano verranno ad una stessa grotta. Io sarò là e, se il tuo consenso è sicuro, li unirò in stabile connubio e la dirò sua; qui sarà l'imeneo. La Citerea che non si oppose a lei che chiedeva annuì e rise per l'inganno scoperto. Frattanto l'Aurora sorgendo lascia l'Oceano. Sorto il sole, la gioventù scelta esce dalle porte; reti a maglia, a laccio, spiedi di largo ferro e cavalieri massili corrono e l'annusante muta dei cani. I principi cartaginesi aspettano presso le porte la regina che indugia nel letto; bello di porpora e d'oro aspetta il cavallo dallo zoccolo sonoro e morde focoso i freni schiumati. Infine esce, accompagandola un grande stuolo, con il mantello sidonio ornato da un orlo ricamato. Ha la faretra d'oro, i capelli annodati dall'oro, una fibbia d'oro le allaccia la veste purpurea. Avanzano anche i compagni Frigi e il lieto Iulo. Lo stesso Enea bellissimo davanti a tutti gli altri si presenta come alleato e unisce le schiere. Quale Apollo quando lascia la Licia invernale e il corso dello Xanto e visita la materna Delo e rinnova le danze e misti intorno agli altari fremono i Cretesi e i Driopi e i dipinti Agatirsi; lui stesso avanza per i gioghi del Cinto, trattiene i capelli fluenti ornandoli di molle fronda e li intreccia nell'oro, risuonano le frecce sugli omeri: non meno fiero di lui andava Enea, tanta maestà splendeva sul nobile volto. Dopo che si giunse sugli alti monto e nei luoghi impervi, ecco le capre selvatiche cacciate dalla cima di una rupe corsero per i gioghi; da un'altra parte i cervi attraversano di corsa le pianure scoperte e si riuniscono in branchi in fuga polverosa (meglio: fuggendo a frotte polverose) e lasciano i monti. E il fanciullo Ascanio in mezzo alle valli gioisce del cavallo veloce, e ora questi ora quelli supera di corsa, e spera nei suoi desideri che gli sia dato un cinghiale schiumante tra (quelle) bestie innocue o che un fulvo leone scenda dal monte.