Traduzione di Versi 504 - 612, Libro 4 di Virgilio

Versione originale in latino


At regina, pyra penetrali in sede sub auras
erecta ingenti taedis atque ilice secta,
intenditque locum sertis et fronde coronat
funerea; super exuvias ensemque relictum
effigiemque toro locat haud ignara futuri.
stant arae circum et crinis effusa sacerdos
ter centum tonat ore deos, Erebumque Chaosque
tergeminamque Hecaten, tria virginis ora Dianae.
sparserat et latices simulatos fontis Averni,
falcibus et messae ad lunam quaeruntur aenis
pubentes herbae nigri cum lacte veneni;
quaeritur et nascentis equi de fronte revulsus
et matri praereptus amor.
ipsa mola manibusque piis altaria iuxta
unum exuta pedem vinclis, in veste recincta,
testatur moritura deos et conscia fati
sidera; tum, si quod non aequo foedere amantis
curae numen habet iustumque memorque, precatur.
Nox erat et placidum carpebant fessa soporem
corpora per terras, silvaeque et saeva quierant
aequora, cum medio volvuntur sidera lapsu,
cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque volucres,
quaeque lacus late liquidos quaeque aspera dumis
rura tenent, somno positae sub nocte silenti.
at non infelix animi Phoenissa, neque umquam
solvitur in somnos oculisve aut pectore noctem
accipit: ingeminant curae rursusque resurgens
saevit amor magnoque irarum fluctuat aestu.
sic adeo insistit secumque ita corde volutat:
"En, quid ago? Rursusne procos inrisa priores
experiar, Nomadumque petam conubia supplex,
quos ego sim totiens iam dedignata maritos?
Iliacas igitur classis atque ultima Teucrum
iussa sequar? Quiane auxilio iuvat ante levatos
et bene apud memores veteris stat gratia facti?
Quis me autem, fac velle, sinet ratibusve superbis
invisam accipiet? Nescis heu, perdita, necdum
Laomedonteae sentis periuria gentis?
Quid tum? Sola fuga nautas comitabor ovantis?
An Tyriis omnique manu stipata meorum
inferar et, quos Sidonia vix urbe revelli,
rursus agam pelago et ventis dare vela iubebo?
Quin morere ut merita es, ferroque averte dolorem.
tu lacrimis evicta meis, tu prima furentem
his, germana, malis oneras atque obicis hosti.
non licuit thalami expertem sine crimine vitam
degere more ferae, talis nec tangere curas;
non servata fides cineri promissa Sychaeo".
Tantos illa suo rumpebat pectore questus:
Aeneas celsa in puppi iam certus eundi
carpebat somnos rebus iam rite paratis.
huic se forma dei vultu redeuntis eodem
obtulit in somnis rursusque ita visa monere est,
omnia Mercurio similis, vocemque coloremque
et crinis flavos et membra decora iuventa:
"Nate dea, potes hoc sub casu ducere somnos,
nec quae te circum stent deinde pericula cernis,
demens, nec Zephyros audis spirare secundos?
Illa dolos dirumque nefas in pectore versat
certa mori, variosque irarum concitat aestus.
non fugis hinc praeceps, dum praecipitare potestas?
Iam mare turbari trabibus saevasque videbis
conlucere faces, iam fervere litora flammis,
si te his attigerit terris Aurora morantem.
heia age, rumpe moras. Varium et mutabile semper
femina". Sic fatus nocti se immiscuit atrae.
Tum vero Aeneas subitis exterritus umbris
corripit e somno corpus sociosque fatigat
praecipitis: "Vigilate, viri, et considite transtris;
solvite vela citi. Deus aethere missus ab alto
festinare fugam tortosque incidere funis
ecce iterum instimulat. Sequimur te, sancte deorum,
quisquis es, imperioque iterum paremus ovantes.
adsis o placidusque iuves et sidera caelo
dextra feras". Dixit vaginaque eripit ensem
fulmineum strictoque ferit retinacula ferro.
idem omnis simul ardor habet, rapiuntque ruuntque;
litora deseruere, latet sub classibus aequor,
adnixi torquent spumas et caerula verrunt.
Et iam prima novo spargebat lumine terras
Tithoni croceum linquens Aurora cubile.
regina e speculis ut primam albescere lucem
vidit et aequatis classem procedere velis,
litoraque et vacuos sensit sine remige portus,
terque quaterque manu pectus percussa decorum
flaventisque abscissa comas "Pro Iuppiter! ibit
hic", ait "et nostris inluserit advena regnis?
Non arma expedient totaque ex urbe sequentur,
diripientque rates alii navalibus? Ite,
ferte citi flammas, date tela, impellite remos!
quid loquor? Aut ubi sum? Quae mentem insania mutat?
Infelix Dido, nunc te facta impia tangunt?
Tum decuit, cum sceptra dabas. En dextra fidesque,
quem secum patrios aiunt portare penatis,
quem subiisse umeris confectum aetate parentem!
non potui abreptum divellere corpus et undis
spargere? Non socios, non ipsum absumere ferro
Ascanium patriisque epulandum ponere mensis?
Verum anceps pugnae fuerat fortuna. Fuisset:
quem metui moritura? Faces in castra tulissem
implessemque foros flammis natumque patremque
cum genere exstinxem, memet super ipsa dedissem.
Sol, qui terrarum flammis opera omnia lustras,
tuque harum interpres curarum et conscia Iuno,
nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes
et Dirae ultrices et di morientis Elissae,
accipite haec, meritumque malis advertite numen
et nostras audite preces. [...]

Traduzione all'italiano


E la regina, innalzato nell'aria un grande rogo nel segreto del palazzo, con pino resinoso ed elce tagliato, ricopre il luogo di serti e lo corona di fronda funerea; sopra pone le spoglie e la spada abbandonata e l'effigie sul letto, non ignara del futuro. Stanno intorno le are, e la maga coi capelli sparsi chiama a gran voce trecento volte gli dei, l'Erebo, il Caos e la triplice Ecate, i tre volti della vergine Diana. Aveva versato illusorie acque della fonte d'Averno, e si cercano sotto la luna, mietute con falci di bronzo, erbe mature con lattice di nero veleno; e si cerca anche, strappato dalla fronte di un puledro e sottratto alla madre, l'amore. Lei sparge la farina sacra e con le pie mani presso l'altare con un piede sciolto dal calzare, con la vste discinta, moritura chiama a testimoni gli dei e le stelle consapevoli del fato; poi, se qualche nume abbia cura dei patti non equi degli amanti, giusto e memore, lo invoca. Era notte, e in terra i corpi stanchi godevano il placido sonno, e si erano acquietati i boschi e il mare tempestoso, quando le stelle si volgono a metà corso, quando tace ogni campo, le greggi e i variopinti uccelli, e gli esseri che le liquide ampie distese e le terre irte di rovi contengono, composti nel sonno sotto la notte silenziosa lenivano le pene e i cuori dimentichi degli affanni. Ma non la fenicia infelice nell'animo, e non trova mai riposo nel sonno, né accoglie la notte negli occhi o nell'animo: raddoppiano i tormenti, e di nuovo insorgendo l'amore imperversa, e fluttua con grande tempesta di ire. Così insiste a tal punto e così volge tra sé in cuore: "Ebbene, che faccio? Tenterò di nuovo, irrisa, i pretendenti di prima, e cercherò supplice le nozze dei Nomadi, sposi che io già disdegnai tante volte? Dunque seguirò le navi iliache e gli ultimi comandi dei teucri? Oppure sì, perché godo il premio di averli salvati e bene resiste presso i memori la gratitudine dell'antico fatto? Ma supponi che voglia, chi mi lascerà o accoglierà irrisa sulle navi superbe? Ahimé, non sai, sciagurata, e ancora non intendi gli spergiuri della stirpe laomedontea? E allora? Da sola accompagnerò nella fuga i marinai esultanti? O muoverò coi Tirii, e con tutta la folta schiera dei miei, e di nuovo guiderò sul mare coloro che a stento strappai da Sidone, e ordinerò di dare le vele ai venti? Muori piuttosto, come meriti, e allontana il dolore col ferro. Tu, vinta dalle mie lacrime, tu per prima, sorella, opprimi con questi mali me impazzita e mi offri al nemico. non ho potuto trascorrere la vita priva di nozze senza colpa, come una bestia, né evitare tali affanni. Non ho serbato la fede promessa alle ceneri di Sicheo.". Ella emetteva dal cuore tanti gemiti. Enea sull'alta poppa, ormai certo di partire, coglieva il sonno, completati debitamente i preparativi. Gli apparve in sogno l'immagine del dio che tornava con lo stesso volto, e di nuovo sembrò ammonirlo così, in tutto simile a Mercurio, nella voce, nel colore, nei biondi capelli, nelle membra belle di giovinezza: "Figlio della dea, puoi dormire in questo frangente, e non vedi, folle, gli imminenti pericoli che ti stanno intorno, non senti spirare gli zefiri favorevoli? Lei medita inganni e orrendo delitto nel cuore decisa a morire e fluttua in varia tempesta di ire. Non fuggi di qui a precipizio finché c'è la possibilità di fuggire? Vedrai il mare ormai sconvolto dai remi e sinistre fiaccole splendere, la spiaggia ormai ardere in fiamme, se l'Aurora ti sorprende ad attendere in questa terra. Va', rompi l'attesa. Sempre varia e mutabile cosa è una donna". Detto così si confuse con la nera notte. Allora Enea atterrito dall'apparizione improvvisa, strappa il corpo dal sonno e incita i compagni: "Destatevi subito, uomini, e sedete ai banchi di remi; sciogliete veloci le vele. Un dio mandato dall'alto etere ecco di nuovo sollecita ad accelerare la fuga e a tagliare le ritorte funi. Ti seguiamo, dio santo, chiunque tu sia, e obbediamo di nuovo all'ordine esultanti. Assistici, e placido aiutaci e guida nel cielo favorevoli stelle" disse e strappò fulminea la spada dalla guaina e col ferro in pugno tagliò gli ormeggi. Un medesimo ardore possiede tutti, afferrano, corrono; lasciano la riva, l'acqua scompare sotto le navi, rovesciano con forza le schiume e spazzano i flutti cerulei. E già la prima Aurora, lasciando il croceo letto di Titane, cospargeva di nuova luce la terra. La regina appena dall'alto (della rocca) vide biancheggiare la luce e la flotta procedere a vele allineate e scorse le rive e i porti vuoti senza equipaggio, percuotendo tre e quattro volte con la mano il florido petto, strappatasi le vionde chiome desse: "O Giove! Costui se ne andrà e uno straniero schernirà il nostro regno? Non prenderanno le armi, non correranno da tutta la città e strapperanno altri le navi dai cantieri? Andate, portate veloci le armi, date i dardi, forza coi remi! Che cosa dico, o dove sono? Quale apzzia mis travolge la mente? Infelice Didone, ora ti toccano le sue empie azioni? Allora avresti dovuto, quando gli davi lo scettro. Ecco la destra e la fedeltà di lui che dicono porti con se i patrii Penati, lui che dicono porti sulle spalle il padre decrepito! Non avrei potuto fare a pezzi il corpo dopo averlo strappato (ai compagni) e abbandonarlo alle onde, finire col ferro i compagni, e lo stesso Ascanio imbandirlo sulla mensa del padre perché se ne cibasse? Ma era incerta la sorte della battaglia. Lo fosse stata! Di chi dovrei aver paura morente? Avrei dovuto scagliare il fuoco sulla nave, avrei dovuto riempire le tolde di fiamme e il figlio e il padre uccidere con la razza, me stessa sul rogo gettare! Sole che coi tuoi raggi illumini tutte le opere della terra, e tu artefice consapevole di queste mie pene, Giunone, e tu Ecate, invocata con ululi nei trivi notturni per la città, e voi furie vendicatrici e dei della morente Elissa accogliete queste parole, punite con giusto nume i malvagi e ascoltate le nostre preghiere.