Traduzione di Versi 173 - 278, Libro 4 di Virgilio

Versione originale in latino


Extemplo Libyae magnas it Fama per urbes,
Fama, malum qua non aliud velocius ullum:
mobilitate viget virisque adquirit eundo,
parva metu primo, mox sese attollit in auras
ingrediturque solo et caput inter nubila condit.
illam Terra parens ira inritata deorum
extremam, ut perhibent, Coeo Enceladoque sororem
progenuit pedibus celerem et pernicibus alis,
monstrum horrendum, ingens, cui quot sunt corpore plumae,
tot vigiles oculi subter (mirabile dictu),
tot linguae, totidem ora sonant, tot subrigit auris.
nocte volat caeli medio terraeque per umbram
stridens, nec dulci declinat lumina somno;
luce sedet custos aut summi culmine tecti
turribus aut altis, et magnas territat urbes,
tam ficti pravique tenax quam nuntia veri.
haec tum multiplici populos sermone replebat
gaudens, et pariter facta atque infecta canebat:
venisse Aenean Troiano sanguine cretum,
cui se pulchra viro dignetur iungere Dido;
nunc hiemem inter se luxu, quam longa, fovere
regnorum immemores turpique cupidine captos.
haec passim dea foeda virum diffundit in ora.
protinus ad regem cursus detorquet Iarban
incenditque animum dictis atque aggerat iras.
Hic Hammone satus rapta Garamantide nympha
templa Iovi centum latis immania regnis,
centum aras posuit vigilemque sacraverat ignem,
excubias divum aeternas, pecudumque cruore
pingue solum et variis florentia limina sertis.
isque amens animi et rumore accensus amaro
dicitur ante aras media inter numina divum
multa Iovem manibus supplex orasse supinis:
"Iuppiter omnipotens, cui nunc Maurusia pictis
gens epulata toris Lenaeum libat honorem,
aspicis haec? An te, genitor, cum fulmina torques
nequiquam horremus, caecique in nubibus ignes
terrificant animos et inania murmura miscent?
Femina, quae nostris errans in finibus urbem
exiguam pretio posuit, cui litus arandum
cuique loci leges dedimus, conubia nostra
reppulit ac dominum Aenean in regna recepit.
et nunc ille Paris cum semiviro comitatu,
Maeonia mentum mitra crinemque madentem
subnexus, rapto potitur: nos munera templis
quippe tuis ferimus famamque fovemus inanem".
Talibus orantem dictis arasque tenentem
audiit Omnipotens, oculosque ad moenia torsit
regia et oblitos famae melioris amantis.
tum sic Mercurium adloquitur ac talia mandat:
"Vade age, nate, voca Zephyros et labere pennis
Dardaniumque ducem, Tyria Karthagine qui nunc
exspectat fatisque datas non respicit urbes,
adloquere et celeris defer mea dicta per auras.
non illum nobis genetrix pulcherrima talem
promisit Graiumque ideo bis vindicat armis;
sed fore qui gravidam imperiis belloque frementem
Italiam regeret, genus alto a sanguine Teucri
proderet, ac totum sub leges mitteret orbem.
si nulla accendit tantarum gloria rerum
nec super ipse sua molitur laude laborem,
Ascanione pater Romanas invidet arces?
Quid struit? Aut qua spe inimica in gente moratur
nec prolem Ausoniam et Lavinia respicit arva?
Naviget! haec summa est, hic nostri nuntius esto".
Dixerat. Ille patris magni parere parabat
imperio; et primum pedibus talaria nectit
aurea, quae sublimem alis sive aequora supra
seu terram rapido pariter cum flamine portant.
tum virgam capit: hac animas ille evocat Orco
pallentis, alias sub Tartara tristia mittit,
dat somnos adimitque, et lumina morte resignat.
illa fretus agit ventos et turbida tranat
nubila. Iamque volans apicem et latera ardua cernit
Atlantis duri caelum qui vertice fulcit,
Atlantis, cinctum adsidue cui nubibus atris
piniferum caput et vento pulsatur et imbri,
nix umeros infusa tegit, tum flumina mento
praecipitant senis, et glacie riget horrida barba.
hic primum paribus nitens Cyllenius alis
constitit; hinc toto praeceps se corpore ad undas
misit avi similis, quae circum litora, circum
piscosos scopulos humilis volat aequora iuxta.
haud aliter terras inter caelumque volabat
litus harenosum ad Libyae, ventosque secabat
materno veniens ab avo Cyllenia proles.
ut primum alatis tetigit magalia plantis,
Aenean fundantem arces ac tecta novantem
conspicit. Atque illi stellatus iaspide fulva
ensis erat Tyrioque ardebat murice laena
demissa ex umeris, dives quae munera Dido
fecerat, et tenui telas discreverat auro.
continuo invadit: "Tu nunc Karthaginis altae
fundamenta locas pulchramque uxorius urbem
exstruis? Heu, regni rerumque oblite tuarum!
ipse deum tibi me claro demittit Olympo
regnator, caelum et terras qui numine torquet,
ipse haec ferre iubet celeris mandata per auras:
quid struis? Aut qua spe Libycis teris otia terris?
Si te nulla movet tantarum gloria rerum
[nec super ipse tua moliris laude laborem,]
Ascanium surgentem et spes heredis Iuli
respice, cui regnum Italiae Romanaque tellus
debetur". Tali Cyllenius ore locutus
mortalis visus medio sermone reliquit
et procul in tenuem ex oculis evanuit auram.

Traduzione all'italiano


Subito va la fama per le grandi città dell'Africa, la fama di cui nessun altro male è più veloce, si accresce con il movimento, e andando acquista le forze, prima piccola per il timore, subito si alza sino al cielo e avanza sulla terra e pianta il capo tra le nuvole. La terra madre incitata dall'ira degli dei generò lei per ultima sorella a Ceo ed Encelado, veloce di piedi e di ali nobilissime, come raccontano, prodigio orrendo, immane, che quante piume ha sul corpo tanti occhi vigili ha sotto (mirabile a dirsi), tante lingue, altrettante bocche ripetono, tante orecchie si rizzano. Di notte vola in mezzo tra cielo e terra stridendo nell'ombra, né abbassa le palpebre al dolce sonno; di giorno siede custode o sull'alta cima di un tetto o sulle vette delle torri, e grandi città atterrisce, tanto tenace messaggera di menzogna e di malignità quanto del vero. Questa allora riempiva i popoli di molteplici discorsi esultando e parimenti narrava le cose avvenute e non avvenute; che era venuto Enea, nato da sangue troiano, a cui la bella Didone degna di unirsi come marito; che ora trascorrono l'inverno quanto lungo tra loro in lussurie immemori dei regni e presi da turpe passione. In ogni dove questo la dea brutta sparge tra le bocche degli uomini. Ad un tratto volge il corso verso il re Iarba, ne incendia il cuore con le parole e ne accresce l'ira. Questi nato da Ammone e da Garamantide ninfa rapita cento templi immani a Giove nel vasto regno, cento altari pose e aveva consacrato un inestinguibile fuoco, custode eterno degli dei; con il pingue sangue delle vittime (bagnava) la terra e le soglie fiorenti di variopinte ghirlande. Lui afflitto nell'animo e acceso dall'amara notizia si dice che davanti agli altari tra le statue dfegli dei con le mani levate supplice molto pregò Giove: "Giove onnipotente, cui ora la gente dei Mauri banchettando sui variopinti tappeti liba in tuo onore il vino, vedi questo? Oppure te, padre, quando scagli i fulmini, temiamo invano, e ciechi fuochi tra le nuvole atterriscono gli animi e vani rimbombi li turbano? Una donna, che errando nelle nostre terre pose un'esigua scittà col denaro, cui ho dato terra da arare e le leggi del luogo, ha rifiutato le mie nozze ed ha accolto come padrone Enea nel suo regno. Ed ora quel Paride col suo seguito di eunuchi, con la barba fasciata di meonia mitra e i capelli stillanti, gode del furto; io invero porto offerte ai tuoi templi e nutro un'inutile fede". Mentre pregava con tali parole e toccava gli altari l'udì l'onnipotente e volse gli occhi alle mura regali e agli amanti dimentichi di una gloria più grande. Allora così parla a Mercurio e gli manda tali ordini: "Va' veloce, figlio, chiama gli Zefiri, scivola sulle ali, parla al capo dardanio, che nella Tiria Cartagine ora indugia e non guarda la città assegnatagli dal fato, e celere riporta le mie parole per l'aria. Non tale lo promise la bellissima genitrice, non per questo due volte lo strappò alle armi dei Greci, ma che sarebbe stato colui che avrebbe retto l'Italia gravida d'impero e fremente di guerra, che avrebbe propagato la razza del nobile sangue di Teucro, e che avrebbe sottomesso alle leggi tutto il mondo. Se nessuna gloria di tanto grandi imprese lo accende e non vuole sostenere travagli per il suo trionfo nega lui padre ad Ascanio le rocche romane? Che fa? O con quale speranza indugia fra gente nemica? Non si cura della prole ausonia e dei campi Lavinii? Che navighi: questo è tutto, questo sia il mio ordine". Aveva detto. Lui del grande padre si preparava a seguire l'ordine: e dapprima indossa ai piedi talari d'oro che lo portano alto sulle ali o sopra le acque o sulla terra parimenti al rapido soffio del vento. Poi prende la verga: con questa chiama le anime pallide fuori dall'Orco, altre ne manda nel triste Tartaro, dà e toglie il sonno, e apre gli occhi dopo la morte. Confidando in quella spinge i venti e nuota attraverso le torbide nubi. E già volando vede il vertice e i fianchi ardui del duro Atlantide, che sostiene il cielo col capo, cui sempre cinto di nere nubi il capo ricco di pini è battuto da vento e da pioggia. La neve scesa gli tocca le palle, mentre dal mento del vecchio precipitano i fumi e l'orrida barba è irrigidita dal gelo. Qui dapprima il Cillenio librandosi sulle ali tese (pari) si posò: da qui si gettò a capo fitto con tutto il corpo tra le onde, simile a un uccello, che intorno alle rive, intorno agli scogli pescosi vola basso sul mare. Non diversamente volava tra terra e cielo verso le spiagge sabbiose della Libia e fendeva i venti partendo dall'avo materno il dio Cillenio. Non appena coi piedi alati toccò le capanne, vide Enea che fondava la rocca e tracciava nuove abitazioni. E lui aveva una spada stellata di un fulvo diaspro, e ardeva di porpora Tiria il mantello che scendeva dalle spalle, doni che gli aveva fatto la ricca Didone e aveva trapuntole tele di sottile oro. All'improvviso lo assale: "Tu ora poni le fondamenta dell'alta Cartagine e costruisci bella la città di tua moglie dimentico del tuo regno e della tua sorte? Lo stesso re degli dei dall'Olimpo lucente mi manda da te, lui che muove cielo e terra con un cenno, lui che vuole che ti porti questi comandi attraverso l'aria veloce. Che fai? O con quale speranza resti in ozio su terre africane? Se non ti spinge la gloria di grandi imprese e non vuoi affrontare le fatiche per il tuo trionfo, pensa ad Ascanio che cresce e la speranza di Iulo tuo erede, cui sono destinati il regno d'Italia e la terra romana". Avendo parlato il Cillenio con tali parole, lasciò a metà discorso la vista del mortale e svanì lontano dagli occhi nella tenue aria.