Traduzione di Versi 1 - 86 - Bucolica sesta, Ecloga 6 di Virgilio

Versione originale in latino


Prima Syracosio dignata est ludere versu
nostra, neque erubuit silvas habitare, Thalia.
Cum canerem reges et proelia, Cynthius aurem
vellit, et admonuit: "Pastorem, Tityre, pinguis
pascere oportet ovis, deductum dicere carmen."
Nunc ego (namque super tibi erunt, qui dicere laudes,
Vare, tuas cupiant, et tristia condere bella)
agrestem tenui meditabor harundine musam.
Non iniussa cano. Si quis tamen haec quoque, si quis
captus amore leget, te nostrae, Vare, myricae,
te nemus omne canet; nec Phoebo gratior ulla est
quam sibi quae Vari praescripsit pagina nomen.
Pergite, Pierides. Chromis et Mnasylus in antro
Silenum pueri somno videre iacentem,
inflatum hesterno venas, ut semper, Iaccho;
serta procul tantum capiti delapsa iacebant,
et gravis attrita pendebat cantharus ansa.
Adgressi (nam saepe senex spe carminis ambo
luserat) iniciunt ipsis ex vincula sertis.
Addit se sociam timidisque supervenit Aegle.
Aegle, Naiadum pulcherrima, iamque videnti
sanguineis frontem moris et tempora pingit.
Ille dolum ridens: "Quo vincula nectitis?" inquit.
"Solvite me, pueri; satis est potuisse videri.
Carmina quae voltis cognoscite; carmina vobis,
huic aliud mercedis erit." Simul incipit ipse.
Tum vero in numerum Faunosque ferasque videres
ludere, tum rigidas motare cacumina quercus.
Nec tantum Phoebo gaudet Parnasia rupes,
nec tantum Rhodope miratur et Ismarus Orphea.
Namque canebat uti magnum per inane coacta
semina terrarumque animaeque marisque fuissent
et liquidi simul ignis; ut his exordia primis
omnia, et ipse tener mundi concreverit orbis;
tum durare solum et discludere Nerea ponto
coeperit, et rerum paulatim sumere formas;
iamque novom terrae stupeant lucescere solem,
altius atque cadant submotis nubibus imbres,
incipiant silvae cum primum surgere, cumque
rara per ignaros errent animalia montis.
Hinc lapides Pyrrhae iactos, Saturnia regna,
Caucasiasque refert volucris, furtumque Promethei.
His adiungit Hylan nautae quo fonte relictum
clamassent, ut litus Hyla, Hyla, omne sonaret;
et fortunatam, si numquam armenta fuissent,
Pasiphaen nivei solatur amore iuvenci.
A! virgo infelix, quae te dementia cepit!
Proetides implerunt falsis mugitibus agros;
at non tam turpis pecudum tamen ulla secuta
concubitus, quamuis collo timuisset aratrum,
et saepe in levi quaesisset cornua fronte.
A! virgo infelix, tu nunc in montibus erras:
ille, latus niveum molli fultus hyacintho,
ilice sub nigra pallentis ruminat herbas,
aut aliquam in magno sequitur grege. "Claudite Nymphae,
Dictaeae Nymphae, nemorum iam claudite saltus,
si qua forte ferant oculis sese obvia nostris
errabunda bovis vestigia: forsitan illum
aut herba captum viridi aut armenta secutum
perducant aliquae stabula ad Cortynia vaccae."
Tum canit Hesperidum miratam mala puellam;
tum Phaethontiadas musco circundat amarae
corticis, atque solo proceras erigit alnos.
Tum canit, errantem Permessi ad flumina Gallum
Aonas in montis ut duxerit una sororum,
utque viro Phoebi chorus adsurrexerit omnis;
ut Linus haec illi divino carmine pastor,
floribus atque apio crinis ornatus amaro,
dixerit: "Hos tibi dant calamos, en accipe, Musae,
Ascraeo quos ante seni; quibus ille solebat
cantando rigidas deducere montibus ornos.
His tibi Grynei nemoris dicatur origo,
ne quis sit lucus quo se plus iactet Apollo."
Quid loquar aut Scyllam Nisi, quam fama secuta est
candida succinctam latrantibus inguina monstris
Dulichias vexasse rates, et gurgite in alto,
a, timidos nautas canibus lacerasse marinis,
aut ut mutatos Terei narraverit artus,
quas illi Philomela dapes, quae dona pararit,
quo cursu deserta petiverit, et quibus ante
infelix sua tecta super volitaverit alis?
Omnia, quae Phoebo quondam meditante beatus
audiit Eurotas iussitque ediscere laurus,
ille canit (pulsae referunt ad sidera valles),
cogere donec ovis stabulis numerumque referre
iussit et invito processit Vesper Olympo.

Traduzione all'italiano


Dapprincipio la mia Musa si degnò di scherzare
Col verso teocriteo né arrossì di abitare le selve.
Volendo cantare i re e le battaglie, Apollo (mi) tirò
Un orecchio e (mi) ammonì: "O Titiro, bisogna che il pastore
Pasca pecore pingui, (e) componga un carme dimesso".
O Varo, ora io andrò modulando una poesia bucolica
Con la tenue canna (e infatti coloro che desiderano fare
Le tue lodi e descrivere le tristi guerre ti saranno d'avanzo).
Canto le cose comandate. Tuttavia se qualcuno leggerà anche questi versi,
se qualcuno, preso d'amore, o Varo, (li leggerà), le nostre tamerici
(celebreranno te) tutta la selva canterà te, né alcuna pagina è
più gradita ad Apollo di quella che portò scritto il nome di Varo.
Avanti, o Pieridi. I giovani Cromide e Mnasillo
Videro Sileno immerso nel sonno in un antro,
gonfie le vene per il vino del giorno prima, come sempre;
le corone, cadute, soltanto dal capo (gli) giacevano (non) lontano
e la pesante tazza (gli) pendeva per il manico logoro.
Saltatigli addosso (infatti spesso il vecchio aveva illusi entrambi con la speranza
Di un canto) (lo) legano con le stesse ghirlande,
Egle sopraggiunge e si unisce compagna ad essi timorosi,
Egle, la più bella delle Naiadi, e dipinge la fronte
E le tempie a lui che già cominciava a vedere, con more sanguigne.
Egli ridendo per la burla, esclama: "perché (mi) legate?"
"O giovani, scioglietemi; è già abbastanza parere di aver potuto (legarmi).
Ascoltate i carmi che volete; i carmi (saranno) per voi,
altra mercede sarà per costei". Subito egli cominciò.
Allora in verità avresti visto i Fauni e le fiere danzare
In cadenza, allora (avresti visto) le rigide querce dondolare le cime;
né la rupe Parnasia gode tanto (del canto) di Febo
né Rodope e Ismaro ammirano tanto Orfeo.
E infatti cantava, come gli atomi sia delle terre che dell'aria
Che del mare che anche del fuoco liquido, si fossero condensati
Nel gran vuoto; come tutte le cose primitive (si fossero composte)
Da questi primi (elementi) e lo stesso fluido globo si sia formato;
poi (come) il terreno abbia cominciato a indurirsi e a confinare Nereo
nel mare e poco a poco prendere le forme delle cose;
e poi (come) le terre stupiscano di vedere splendere il sole mai visto,
e come le piogge cadano dalle nubi sollevate più in alto,
come da principio le selve comincino a sorgere, e come
rari animali errino per i monti stupiti.
Quindi riferisce le pietre gettate da Pirra, i regni
Di Saturno, e gli uccelli del Caucaso e il furto di Prometeo.
Aggiunge a questo presso qual fonte i naviganti avessero chiamato Ila
Abbandonato (così) che tutto il lido risuonasse "O Ila, o Ila".
E Pasife fortunata, se non mai gli armenti fossero esistiti,
che si consola con l'amore del niveo torello.
"Ah, giovane infelice, quale pazzia ti prese?
Le Proetidi riempiono i campi con fallaci muggiti,
ma tuttavia nessuna seguì tanto turpi accoppiamenti
di animali, sebbene temesse l'aratro al collo
e spesso cercasse le corna sulla fronte liscia.
Ah, giovane infelice, tu ora vaghi per i monti;
quello, poggiato il fianco niveo sul molle giacinto,
rumina chiare erbe sotto la nera elce,
o segue qualche (animale) nel gran gregge. Chiudete o Ninfe,
o Ninfe dittee, chiudete subito i passi dei boschi (per vedere)
se per caso da qualche (parte) le tracce vagabonde del bue
si presentino davanti ai nostri occhi; forse alcune
mucche riporteranno alle stalle di Gortina quello
o attratto dall'erba verde, o che segue gli armenti".
Allora canta la fanciulla meravigliata per i pomi delle Esperidi;
allora circonda le Fetontiadi col musco di un'amara
corteccia e fa nascere gli alti ontani dal suolo.
Allora canta come una delle sorelle abbia guidato tra i monti
Aoni Gallo che vagava sulle rive del Permesso,
e come tutto il coro di Apollo si sia alzato in piedi per l'uomo;
come Lino, pastore dal canto divino, ornatosi i capelli
con fiori e apio amaro
gli abbia detto ciò: "Orsù prendi, le Muse ti danno questa zampogna
che prima fu del vecchio Ascreo, con cui egli
cantando era solito trascinare i duri orni dai monti:
Sia cantata l'origine della foresta Grinea con questa da te,
affinché non vi sia bosco di cui Apollo si glori di più".
Cosa dirò? Come abbia cantato o Scilla figlia di Niso, che
Come la fama racconta, cinti i candidi fianchi con mostri latranti,
abbia distrutto le navi dulichie e in alto mare
abbia dilaniato, ah, i terrorizzati naviganti con cani marini,
o come le membra di Tereo trasformati quali vivande,
quali doni Filomela abbia preparato per quello e
infelice, con quali ali abbia volato sopra la sua casa
prima di aver cercato luoghi deserti con qualche volo?
Egli canta tutto ciò che, un giorno mentre Febo componeva,
l'Eurota felice ascoltò e comandò agli allori di imparare il canto;
le valli ripercosse riportano (l'eco) alle stelle finché
Vespero dispose di radunare le greggi nelle stalle e contarne
il numero e continuò (a camminare) rimpiangendo l'Olimpo.

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