Traduzione di Versi 1 - 90 - Bucolica quinta, Ecloga 5 di Virgilio

Versione originale in latino


[center][b]Bucolica quinta[/b][/center]
Menalcas
Cur non, Mopse, boni quoniam convenimus ambo
tu calamos inflare levis, ego dicere versus,
hic corylis mixtas inter consedimus ulmos?
Mopsus
Tu maior; tibi me est aequum parere, Menalca,
sive sub incertas zephyris motantibus umbras,
sive antro potius succedimus. aspice, ut antrum
silvestris raris sparsit labrusca racemis.
Menalcas
Montibus in nostris solus tibi certat Amyntas.
Mopsus
Quid, si idem certet Phoebum superare canendo?
Menalcas
Incipe, Mopse, prior, si quos aut Phyllidis ignes
aut Alconis habes laudes aut iurgia Codri.
incipe; pascentis servabit Tityrus haedos.
Mopsus
Immo haec, in viridi nuper quae cortice fagi
carmina descripsi et modulans alterna notavi,
experiar. tu deinde iubeto certet Amyntas.
Menalcas
Lenta salix quantum pallenti cedit olivae,
puniceis humilis quantum saliunca rosetis,
iudicio nostro tantum tibi cedit Amyntas.
sed tu desine plura, puer; successimus antro.
Mopsus
Exstinctum nymphae crudeli funere Daphnim
flebant - vos coryli testes et flumina nymphis -,
cum complexa sui corpus miserabile nati
atque deos atque astra vocat crudelia mater.
non ulli pastos illis egere diebus
frigida, Daphni, boves ad flumina; nulla neque amnem
libavit quadrupes, nec graminis attigit herbam.
Daphni, tuum Poenos etiam ingemuisse leones
interitum montesque feri silvaeque loquuntur.
Daphnis et Armenias curru subiungere tigris
instituit; Daphnis thiasos inducere Bacchi,
et foliis lentas intexere mollibus hastas.
vitis ut arboribus decori est, ut vitibus uvae,
ut gregibus tauri, segetes ut pinguibus arvis:
tu decus omne tuis. postquam te fata tulerunt,
ipsa Pales agros atque ipse reliquit Apollo.
grandia saepe quibus mandavimus hordea sulcis,
infelix lolium et steriles nascuntur avenae;
pro molli viola, pro purpurea narcisso
carduus et spinis surgit paliurus acutis.
spargite humum foliis, inducite fontibus umbras,
pastores, mandat fieri sibi talia Daphnis,
et tumulum facite, et tumulo super addite carmen:
«Daphnis ego in silvis, hinc usque ad sidera notus,
formosi pecoris custos, formosior ipse».
Menalcas
Tale tuum carmen nobis, divine poeta,
quale sopor fessis in gramine, quale per aestum
dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo.
nec calamis solum aequiperas, sed voce magistrum.
fortunate puer, tu nunc eris alter ab illo.
nos tamen haec quocumque modo tibi nostra vicissim
dicemus, Daphnimque tuum tollemus ad astra;
Daphnim ad astra feremus: amavit nos quoque Daphnis.
Mopsus
An quicquam nobis tali sit munere maius?
et puer ipse fuit cantari dignus, et ista
iam pridem Stimichon laudavit carmina nobis.
Menalcas
Candidus insuetum miratur limen Olympi
sub pedibus videt nubes et sidera Daphnis.
ergo alacris silvas et cetera rura voluptas
Panaque pastoresque tenet Dryadasque puellas.
nec lupus insidias pecori nec retia cervis
ulla dolum meditantur: amat bonus otia Daphnis.
ipsi laetitia voces ad sidera iactant
intonsi montes; ipsae iam carmina rupes,
ipsa sonant arbusta: «deus, deus ille, Menalca!»
sis bonus o felixque tuis! en quattuor aras:
ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phoebo.
pocula bina novo spumantia lacte quotannis,
craterasque duo statuam tibi pinguis olivi,
et multo in primis hilarans convivia Baccho,
ante focum, si frigus erit, si messis, in umbra
vina novum fundam calathis Ariusia nectar.
cantabunt mihi Damoetas et Lyctius Aegon;
saltantis Satyros imitabitur Alphesiboeus.
haec tibi semper erunt et cum sollemnia vota
reddemus nymphis, et cum lustrabimus agros.
dum iuga montis aper, fluvios dum piscis amabit,
dumque thymo pascentur apes, dum rore cicadae,
semper honos nomenque tuum laudesque manebunt.
ut Baccho Cererique, tibi sic vota quotannis
agricolae facient; damnabis tu quoque votis.
Mopsus
Quae tibi, quae tali reddam pro carmine dona?
nam neque me tantum venientes sibilus austri
nec percussa iuvant fluctu tam litora, nec quae
saxosas inter decurrunt flumina vallis.
Menalcas
Hac te nos fragili donabimus ante cicuta.
haec nos «formosum Corydon ardebat Alexim»,
haec eadem docuit «cuium pecus? an Meliboei?»
Mopsus
At tu sume pedum, quod, me cum saepe rogaret,
non tulit Antigenes, et erat tum dignus amari,
formosum paribus nodis atque aere, Menalca.

Traduzione all'italiano


MENALCA: O Mopso, poiché ci siamo incontrati entrambi bravi
Tu nel soffiare le lievi canne, io nel recitare versi, perché
Non ci sediamo qui tra gli olmi frammisti ai noccioli?
MOPSO: Tu (sei) maggiore; o Menalca, è giusto che io ubbidisca a te,
sia che ci sediamo sotto le mutevoli ombre al muoversi
dei venti sia piuttosto nell'antro. Guarda, come la vite
silvestre coprì l'antro con rari grappoli.
MENALCA: Il solido Aminta gareggia con te sui nostri monti.
MOPSO: E che, se lo stesso sfiderebbe Febo, pur di superarlo nel canto?
MENALCA: O Mopso, comincia per primo, se hai (da cantare) o qualche amore
Per Fillide o delle lodi per Alcone o invettive per Codro;
comincia; Titiro custodirà i capretti che pascolano.
MOPSO: Piuttosto proverò questi carmi, che poco fa
Ho inciso sulla verde corteccia di un faggio e vi segnai (le note) modulando(le)
Con voce alterna. Tu dopo sei pregato affinché Aminta gareggi (con me).
MENALCA: Quanto il flessuoso salice (cede) ai purpurei roseti,
tanto Aminta cede a te, a mio giudizio.
Ma tu, o fanciullo cessa (dal dire) altro; siamo entrati nell'antro.
MOPSO: Le Ninfe piangevano Dafni estinto di morte
Crudele (voi noccioli e fiumi (foste) testimoni alle Ninfe),
allorché la madre abbracciando il misero corpo del proprio
figlio, chiama e gli dei e gli astri crudeli.
O Dafni, in quei giorni, nessuno portò i buoi dopo aver pascolato
Ai freddi fiumi, né alcun quadrupede
Lambì il fiume né toccò l'erba della gramigna.
O Dafni, e i selvaggi monti e le selve attestano
Che anche i leoni africani abbiano pianto la tua morte.
Dafni cominciò ad aggiogare al carro anche le tigri
Armene, Dafni, (cominciò) ad introdurre i cortei di Bacco
E ad avvolgere le flessibili verghe con molli foglie.
Come la vite è di ornamento agli alberi, come le uve (sono di ornamento)
Alle viti, come i tori alle greggi, come le messi ai fertili campi;
tu (fosti) di ogni onore ai tuoi. Dopoché i fati portarono via
te, la stessa Pale abbandonò i campi ed (anche) lo stesso Apollo.
Infausto loglio e sterili avene nascono
Nei solchi ai quali affidammo sementi scelte tante volte,
il cardo e la marruca dalle acute spine spunta(no)
invece della tenera viola, invece del purpureo narciso.
O pastori, spargete la terra con foglie, portate le ombre alle fonti; Dafni raccomanda che siano fatti a lui tali onori;
e innalzate un tumulo, e ponete l'inscrizione al tumulo:
"Io Dafni (giaccio) nelle selve, celebre da qui fino alle stelle,
custode di un bel gregge, (io) stesso ancora più bello".
Tale (è) per noi il tuo canto, o divino poeta,
quale il sonno sull'erba agli affaticati, quale lo spegnere la sete
ad uno zampillante ruscello di dolce acqua durante il caldo
né tu eguagli il maestro solo con la zampogna, ma col canto.
O fortunato fanciullo, tu ora sarai secondo dopo di quello.
Io tuttavia dirò a te a mia volta questi miei carmi
Alla meglio, ed esalterò il tuo Dafni fino alle stelle;
porterò Dafni alle stelle; Dafni amò anche me.
MOPSO: Forse che alcuna cosa sia per me maggiore di tale dono?
E lo stesso fanciullo fu degno di essere celebrato
E già prima Stimicone lodò a me questi versi.
MENALCA: Dafni raggiante ammira l'insolita soglia
Dell'Olimpo e vede le nubi e le stelle sotto i piedi.
Perciò viva gioia occupa le selve e gli altri campi,
e Pan e i pastori e le fanciulle Driadi.
Né il lupo (prepara) insidie al gregge né le reti
Preparano inganno ai cervi; il buon Dafni ama la quiete.
Gli stessi monti boscosi innalzano voci alle
Stelle con gioia; già le stesse rupi, gli stessi arbusti
Fanno risuonare il canto: "O Menalca, quello (è) un dio, un dio!".
O sii buono e benefico ai tuoi! Ecco quattro are,
ecco due (are) per te, o Dafni, due per Febo (come) altari.
Ogni anno offrirò a te due vasi di grasso olio;
e soprattutto, rallegrando i conviti con molto liquor di Bacco,
verserò nei calici vini Ariusi (come) un nuovo nettare davanti
al fuoco, se il freddo sarà (venuto) all'ombra, se (al tempo) delle messi.
Dameta ed Egone di Litto canteranno per me,
(e) Alfesibeo imiterà i Satiri danzanti.
Questi onori sempre saranno tuoi quando scioglieremo i solenni
Voti alle Ninfe, e quando purificheremo i campi.
Finché il cinghiale amerà i gioghi del monte, finché il pesce
I fiumi e finché le api si nutriranno di timo, finché le cicale
Di rugiada, sempre l'onore ed il nome tuo e le lodi rimarranno.
Ogni anno gli agricoltori ti celebreranno i riti, così come
A Bacco e a Cerere; tu anche (li) costringerai ai voti.
MOPSO: Quali doni, quali darò a te per tale carme?
Infatti né il sibilo dell'Austro che giunge, né i lidi
Tanto percossi dal flutto né i fiumi che scorrono
Fra le valli sassose mi piaccioni tanto.
MENALCA: Prima io regalerò a te questa sottile zampogna,
questa mi ispirò: "Coridone ardeva per il bello Alessi"
Questa stessa (mi ispirò): "di chi il gregge? Forse di Melibeo?".
MOPSO: Ma tu, o Menalca, prendi (questo) bastone, che sebbene me (lo) richiedesse
Spesso Antigene, e allora era degno di essere amato, non (lo)
Ottenne, (bastone) pregevole per i nodi uguali e per il bronzo (del puntale).

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