Velleio Patercolo - Historiae Romanae - 53 - Uccisione di Pompeo (sezioni 1 - 3)

Incompleto

Versione originale in latino


Pompeius profugiens cum duobus Lentulis consularibus Sextoque filio et Favonio praetorio quos comites ei fortuna adgregaverat, aliis, ut Parthos, aliis, ut Africam peteret, in qua fidelissimum partium suarum haberet regem lubam, suadentibus, Aegyptum petere proposuit memor beneficiorum quae in patrem eius Ptolemaei, qui tum, puero quam iuveni propior, regnabat Alexandriae, contulerat. Sed quis in adversis beneficiorum servat memoriam? Aut quis ullam calamitosis deberi putat gratiam? Aut quando fortuna non mutat fidem? Missi itaque ab rege, qui venientem Cn. Pompeium [...] consilio Theodoti et Achillae exciperent hortarenturque, ut ex oneraria in eam navem quae obviam processerat transcenderet: quod cum fecisset, princeps Romani nominis imperio arbitrioque Aegyptii mancipii, C. Caesare P. Servilio consulibus iugulatus est. Hic post tres consulatus et totidem triumphos domitumque terrarum orbem sanctissimi atque praestantissimi viri, in id evecti super quod ascendi non potest, duodesexagesimum annum agentis, pridie natalem ipsius, vitae fuit exitus. [...]

Traduzione all'italiano


Durante la sua fuga Pompeo insieme con i due Lentuli ex consoli e il figlio Sesto e l’ex pretore Favonio, compagni che dalla sorte gli erano stati messi a fianco, mentre alcuni lo spingevano a dirigersi nella terra dei Parti e altri in Africa, dove aveva nel re Giuba un fedelissimo sostenitore della sua parte, decise di andare in Egitto, perché si ricordava che aveva fatto del bene al padre di quel noto Tolomeo che regnava allora ad Alessandria, anche se più vicino all’infanzia che alla giovinezza. Ma chi si ricorda quando le cose vanno male dei benefici ricevuti? Oppure chi si illude che sia dovuta una qualche gratitudine a che è sventurato? O ancora quando le circostanze fortuite della vita non cambiano la fedeltà? Vennero dunque inviati dal re (d’Egitto) alcuni ad accogliere su consiglio di Teodoto e di Achilla Gneo Pompeo [...], che stava arrivando, e ad esortarlo a spostarsi da quella nave mercantile a quell’altra nave che gli era venuta incontro; una volta che lui ebbe fatto ciò, per ordine assolutamente arbitrario di un servo d’Egitto venne trucidato il più importante dei Romani sotto il consolato di Caio Cesare e Publio Servilio. Questa fu la fine di un uomo assolutamente pregevole e eccezionale, avvenuta all’età di cinquantotto anni, alla vigilia del suo compleanno, dopo che aveva ricoperto tre consolati e celebrato altrettanti trionfi e dopo che aveva assoggettato il mondo, un uomo che era giunto ad un livello tanto alto da non poter essere superato.