Velleio Patercolo - Historiae Romanae - 45 - Cicerone in esilio (sezioni 1 - 3)

Versione originale in latino


Per idem tempus P. Clodius, homo nobilis, disertus, audax, quique neque dicendi neque faciendi ullum nisi quem vellet nosset modum, malorum propositorum executor acerrimus, infamis etiam sororis stupro et actus incesti reus ob initum inter religiosissima populi Romani sacra adulterium, cum graves inimicitias cum M. Cicerone exerceret (quid enim inter tam dissimiles amicum esse poterat?) et a patribus ad plebem transisset, legem in tribunatu tulit, qui civem Romanum indemnatum interemisset, ei aqua et igni interdiceretur: cuius verbis etsi non nominabatur Cicero, tamen solus petebatur. Ita vir optime meritus de re publica conservatae patriae pretium calamitatem exilii tulit. Non caruerunt suspicione oppressi Ciceronis Caesar et Pompeius.

Traduzione all'italiano


In quello stesso periodo Publio Clodio, uomo in vista, eloquente, audace e che non conosceva nessun altro limite nel parlare o nell’agire se non quello che voleva, esecutore scrupolosissimo di cattivi propositi, malfamato anche per aver commesso stupro sulla sorella e accusato di atto sacrilego per aver commesso adulterio durante la celebrazione di riti particolarmente rigidi secondo la religione romana, dato che provava sentimenti di profonda ostilità nei confronti di Marco Cicerone (infatti che intesa poteva esserci tra uomini così diversi?) ed era passato dall’aristocrazia alla plebe, presentò durante il suo tribunato una legge secondo cui chi avesse fatto morire un cittadino romano senza condanna ufficiale, fosse mandato in esilio: con le parole di tale legge per quanto non si nominasse espressamente Cicerone, tuttavia era lui solo ad essere attaccato. In questo modo un uomo dai meriti grandissimi verso lo Stato ebbe a sopportare la sventura dell’esilio come premio per aver salvato la patria. Cesare e Pompeo non si sottrassero al sospetto di aver voluto perseguitare Cicerone.