Traduzione di Paragrafo 6, Libro 5 di Tacito

Versione originale in latino


Terra finesque qua ad Orientem vergunt Arabia terminantur, a meridie Aegyptus obiacet, ab occasu Phoenices et mare, septentrionem e latere Syriae longe prospectant. Corpora hominum salubria et ferentia laborum. Rari imbres, uber solum: [exuberant] fruges nostrum ad morem praeterque eas balsamum et palmae. Palmetis proceritas et decor, balsamum modica arbor: ut quisque ramus intumuit, si Vim ferri adhibeas, pavent venae; fragmine lapidis aut testa aperiuntur; umor in usu medentium est. Praecipuum montium Libanum erigit, mirum dictu, tantos inter ardores opacum fidumque nivibus; idem amnem Iordanen alit funditque. Nec Iordanes pelago accipitur, sed unum atque alterum lacum integer perfluit, tertio retinetur. Lacus immenso ambitu, specie maris, sapore corruptior, gravitate odoris accolis pestifer, neque vento impellitur neque piscis aut suetas aquis volucris patitur. Inertes undae superiacta ut solido ferunt; periti imperitique nandi perinde attolluntur. Certo anni bitumen egerit, cuius legendi usum, ut ceteras artis, experientia docuit. Ater suapte natura liquor et sparso aceto concretus innatat; hunc manu captum, quibus ea cura, in summa navis trahunt: inde nullo iuvante influit oneratque, donec abscindas. Nec abscindere aere ferrove possis: fugit cruorem vestemque infectam sanguine, quo feminae per mensis exolvuntur. Sic veteres auctores, sed gnari locorum tradunt undantis bitumine moles pelli manuque trahi ad litus, mox, ubi vapore terrae, vi solis inaruerint, securibus cuneisque ut trabes aut saxa discindi.

Traduzione all'italiano


Il loro territorio confina a oriente con l’Arabia, a mezzogiorno si stende l’Egitto, a occidente i Fenici e il mare, verso settentrione s’affacciano per lungo tratto su un lato della Siria. Gli uomini hanno corpi sani e resistenti alla fatica. Rare le piogge, fertile il suolo; hanno messi come le nostre e in più il balsamo e le palme. Nei palmeti s’innalzano alberi slanciati e imponenti; il balsamo è arbusto piccolo e quando la linfa gonfia i suoi rami, se vi accosti il coltello, le vene dell’arbusto ne risentono per la paura: si aprono con una scheggia di pietra o con un coccio e il liquido è impiegato per usi medicinali. La più alta montagna che si eleva è il Libano: cosa straordinaria a dirsi, fra terre tanto calde, è ombroso e coperto di nevi perenni; è lui che alimenta e ingrossa il fiume Giordano. Ma il Giordano non sfocia nel mare, bensì attraversando, senza perdersi, un primo e un secondo lago, nel terzo finisce. Quest’ultimo, di dimensioni enormi e simile a un mare, ma di sapore più digustoso e dalle esalazioni pestilenziali per i rivieraschi, non è mosso dal vento né consente la vita a pesci o uccelli acquatici. Le sue onde inerti sostengono, come fossero solide, quanto vi si getti sopra, e quindi restano a galla tutti, capaci o no che siano di nuotare. In una certa stagione dell’anno getta fuori bitume, raccolto con una tecnica insegnata, come le altre attività, dall’esperienza. È un liquido nero allo stato naturale che, sparso d’aceto, si rapprende e galleggia. Chi è addetto alla raccolta lo prende con le mani e lo issa sul ponte del natante; qui lo si lascia colare da sé e quando il battello è pieno, si interrompe il flusso. Ma non lo si può scindere tagliandolo col bronzo o col ferro; fugge davanti al sangue o a un panno impregnato di quel sangue, di cui le donne ogni mese si liberano. Così secondo gli autori antichi; ma i conoscitori dei posti riferiscono che le masse galleggianti di bitume sono spinte o trascinate a braccia sulla riva e poi, disseccatesi col calore della terra e la calura del sole, le fanno a pezzi con scuri e cunei, come fossero travi o pietre.