Traduzione di Paragrafo 8, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Marcellus non suam sententiam impugnari, sed consulem designatum censuisse dicebat, secundum vetera exempla quae sortem legationibus posuissent, ne ambitioni aut inimicitiis locus foret. Nihil evenisse cur antiquitus instituta exolescerent aut principis honor in cuiusquam contumeliam verteretur; sufficere omnis obsequio. Id magis vitandum ne pervicacia quorundam inritaretur animus novo principatu suspensus et vultus quoque ac sermones omnium circumspectans. Se meminisse temporum quibus natus sit, quam civitatis formam patres avique instituerint; ulteriora mirari, praesentia sequi; bonos imperatores voto expetere, qualiscumque tolerare. Non magis sua oratione Thraseam quam iudicio senatus adflictum; saevitiam Neronis per eius modi imagines inlusisse, nec minus sibi anxiam talem amicitiam quam aliis exilium. Denique constantia fortitudine Catonibus et Brutis aequaretur Helvidius: se unum esse ex illo senatu, qui simul servierit. Suadere etiam Prisco ne supra principem scanderet, ne Vespasianum senem triumphalem, iuvenum liberorum patrem, praeceptis coerceret. Quo modo pessimis imperatoribus sine fine dominationem, ita quamvis egregiis modum libertatis placere. Haec magnis utrimque contentionibus iactata diversis studiis accipiebantur. Vicit pars quae sortiri legatos malebat, etiam mediis patrum adnitentibus retinere morem; et splendidissimus quisque eodem inclinabat metu invidiae, si ipsi eligerentur.

Traduzione all'italiano


Marcello sosteneva che l’attacco non era portato alla sua proposta, ma a quella del console designato; che così lui si era espresso, in accordo agli esempi degli antenati, per i quali il ricorso al sorteggio, in caso di legazioni, serviva a evitare intrighi e rivalità personali. Nulla era avvenuto che consigliasse di lasciar cadere un’usanza antica o di trasformare un omaggio al principe in un insultante attacco contro qualcuno: per un atto di deferenza tutti sono adatti. Piuttosto bisognava evitare che l’ostinato accanimento di qualcuno non innescasse sospetti nell’animo, ancora disorientato, del nuovo principe, e quindi incline a studiare anche le espressioni che accompagnano le parole di chi lo circonda. Non poteva scordarsi - continuava Marcello - dei tempi in cui era nato e il tipo di costituzione politica voluta dai padri e dagli avi; ammirava le istituzioni passate, ma seguiva le presenti; si augurava buoni imperatori, ma li tollerava, chiunque fossero. La rovina di Trasea era imputabile non più al suo discorso che al giudizio del senato. La crudeltà di Nerone s’era divertita con messinscene giudiziarie del genere e del resto a lui l’amicizia del principe era stata non meno angosciosa che per altri l’esilio. Era libero Elvidio di gareggiare in fermezza e forza d’animo coi Catoni e coi Bruti; quanto a sé, era solo un membro di quel senato, che nella sua totalità aveva accettato la comune servitù. Consigliava, perciò, anche a Prisco di non mettersi al di sopra del principe e di non pretendere di vincolare coi suoi principii un uomo maturo, già insignito del trionfo, padre di figli già adulti. E se i peggiori imperatori si compiacciono di una tirannia senza limiti, altri, per ottimi che siano, amano la misura nella libertà. Queste tesi, presentate in violenta contrapposizione, trovavano opposti sostegni. Vinse la parte che voleva il sorteggio, anche perché i senatori che non si riconoscevano in nessuna delle due parti erano propensi a salvare la tradizione. A questi si associarono quelli di maggior spicco, per timore di suscitare invidia se fossero stati scelti.