Traduzione di Paragrafo 72, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Cerialis postero die coloniam Trevirorum ingressus est, avido milite eruendae civitatis. Hanc esse Classici, hanc Tutoris patriam; horum scelere clausas caesasque legiones. Quid tantum Cremonam meruisse? Quam e gremio Italiae raptam quia unius noctis moram victoribus attulerit. Stare in confinio Germaniae integram sedem spoliis exercituum et ducum caedibus ovantem. Redigeretur praeda in fiscum: ipsis sufficere ignis et rebellis coloniae ruinas, quibus tot castrorum excidia pensarentur. Cerialis metu infamiae, si licentia saevitiaque imbuere militem crederetur, pressit iras: et paruere, posito civium bello ad externa modestiores. Convertit inde animos accitarum e Mediomatricis legionum miserabilis aspectus. Stabant conscientia flagitii maestae, fixis in terram oculis: nulla inter coeuntis exercitus consalutatio; neque solantibus hortantibusve responsa dabant, abditi per tentoria et lucem ipsam vitantes. Nec proinde periculum aut metus quam pudor ac dedecus obstupefecerat, attonitis etiam victoribus, qui vocem precesque adhibere non ausi lacrimis ac silentio veniam poscebant, donec Cerialis mulceret animos, fato acta dictitans quae militum ducumque discordia vel fraude hostium evenissent. Primum illum stipendiorum et sacramenti diem haberent: priorum facinorum neque imperatorem neque se meminisse. Tunc recepti in eadem castra, et edictum per manipulos ne quis in certamine iurgiove seditionem aut cladem commilitoni obiectaret.

Traduzione all'italiano


Il giorno seguente Ceriale fece il suo ingresso nella colonia di Treviri, coi soldati smaniosi di distruggere la città: Quella era la patria di Classico e la patria di Tutore! Si doveva al loro criminoso tradimento se le legioni avevano subito un assedio e il massacro. Quali colpe più gravi aveva commesso Cremona? eppure era stata strappata dal grembo dell’Italia, per aver causato ai vincitori il ritardo di una sola notte! E invece restava in piedi, al confine della Germania, intatto il centro della guerra, trionfante delle spoglie dei nostri eserciti e dell’assassinio dei loro comandanti! Il bottino andasse pure all’erario, a loro bastava appiccare il fuoco e vedere le rovine della colonia, per compensare la rovina di tanti accampamenti. Ceriale, per timore di farsi una pessima fama e che gli si addebitasse di aver abituato i soldati alla licenza e alla ferocia, calmò la loro ira violenta. Quelli obbedirono, più contenuti verso i nemici esterni, ora che la guerra civile s’era esaurita. Li distrasse, poi, il penoso aspetto delle legioni richiamate dal paese dei Mediomatrici. Avvilite e comprese della loro vergognosa colpa, tenevano gli occhi fissi a terra. All’incontro dei due eserciti nessuno levò un saluto. Non davano nessuna risposta a chi cercava di consolarli e incoraggiarli, ma, nascosti nelle loro tende, evitavano anche la luce del sole. A prostrarli non era la paura di ciò che li attendeva, quanto la vergogna del disonore. Ammutoliti anche i vincitori che, non osando rivolgere loro parole o preghiere, chiedevano, tra il silenzio e le lacrime il perdono per i loro compagni. Così finché non li confortò Ceriale, dicendo che era volere del destino ciò che s’era verificato invece per discordia di soldati e di capi e per inganno dei nemici: considerassero quello il primo giorno del servizio militare e del loro giuramento; quanto al passato, né l’imperatore, né lui ne avrebbero tenuto conto. Vennero allora accolti nello stesso accampamento e si ordinò a tutti i reparti che nessuno, in un eventuale alterco o litigio, rinfacciasse a un compagno d’armi la sua ribellione o la sua sconfitta.