Traduzione di Paragrafo 65, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Agrippinenses sumpto consultandi spatio, quando neque subire condiciones metus futuri neque palam aspernari condicio praesens sinebat, in hunc modum respondent: 'quae prima libertatis facultas data est, avidius quam cautius sumpsimus, ut vobis ceterisque Germanis, consanguineis nostris, iungeremur. Muros civitatis, congregantibus se cum maxime Romanorum exercitibus, augere nobis quam diruere tutius est. Si qui ex Italia aut provinciis alienigenae in finibus nostris fuerant, eos bellum absumpsit vel in suas quisque sedis refugerunt. Deductis olim et nobiscum per conubium sociatis quique mox provenerunt haec patria est; nec vos adeo iniquos existimamus ut interfici a nobis parentes fratres liberos nostros velitis. Vectigal et onera commerciorum resolvimus: sint transitus incustoditi sed diurni et inermes, donec nova et recentia iura vetustate in consuetudinem vertuntur. Arbitrum habebimus Civilem et Veledam, apud quos pacta sancientur.' sic lenitis Tencteris legati ad Civilem ac Veledam missi cum donis cuncta ex voluntate Agrippinensium perpetravere; sed coram adire adloquique Veledam negatum: arcebantur aspectu quo venerationis plus inesset. Ipsa edita in turre; delectus e propinquis consulta responsaque ut internuntius numinis portabat.

Traduzione all'italiano


Gli Agrippinesi presero tempo per decidere: la paura del futuro non consentiva loro di accettare condizioni, né la situazione presente permetteva di opporre un netto rifiuto. Questa, alla fine, fu la loro risposta: “La prima occasione di libertà che si sia a noi presentata l’abbiamo colta con più entusiasmo che cautela, per congiungerci a voi e agli altri Germani, nostri consanguinei. Ma proprio ora che si concentrano contro di noi gli eserciti romani, è più saggia difesa rafforzare che distruggere le mura della città. E se ci sono stati stranieri, venuti dall’Italia o dalle province, nel nostro territorio, la guerra li ha spazzati via o si sono rifugiati ciascuno nella propria terra. Per quelli qui da tempo stanziati come coloni e uniti a noi col vincolo del matrimonio e per quelli che ne sono nati, questa è la loro patria; e non vi crediamo tanto ingiusti da volere che siano da noi uccisi genitori, fratelli, figli nostri. Tasse e dazi commerciali già sono aboliti. Vada e venga ciascuno come vuole, ma di giorno e senz’armi, finché il nuovo e recente sistema diventi, col tempo, consuetudine. Saranno arbitri Civile e Veleda, davanti ai quali i nostri accordi avranno definitiva sanzione”. Così ammansirono i Tencteri; poi inviarono, con doni, messi a Civile e a Veleda e ottennero ogni cosa secondo la volontà degli Agrippinesi. Non furono, però, ammessi alla presenza di Veleda, né poterono parlare con lei: il divieto di vederla serviva a ispirare in loro maggiore venerazione. Ella se ne stava in un’alta torre; un suo parente, a ciò scelto, portava domande e risposte, quale intermediario della divinità.