Traduzione di Paragrafo 62, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Legio sexta decima cum auxiliis simul deditis a Novaesio in coloniam Trevirorum transgredi iubetur, praefinita die intra quam castris excederet. Medium omne tempus per varias curas egere, ignavissimus quisque caesorum apud Vetera exemplo paventes, melior pars rubore et infamia: quale illud iter? Quis dux viae? Et omnia in arbitrio eorum quos vitae necisque dominos fecissent. Alii nulla dedecoris cura pecuniam aut carissima sibimet ipsi circumdare, quidam expedire arma telisque tamquam in aciem accingi. Haec meditantibus advenit proficiscendi hora expectatione tristior. Quippe intra vallum deformitas haud perinde notabilis: detexit ignominiam campus et dies. Revulsae imperatorum imagines, inhonora signa, fulgentibus hinc inde Gallorum vexillis; silens agmen et velut longae exequiae; dux Claudius Sanctus effosso oculo dirus ore, ingenio debilior. Duplicatur flagitium, postquam desertis Bonnensibus castris altera se legio miscuerat. Et vulgata captarum legionum fama cuncti qui paulo ante Romanorum nomen horrebant, procurrentes ex agris tectisque et undique effusi insolito spectaculo nimium fruebantur. Non tulit ala Picentina gaudium insultantis vulgi, spretisque Sancti promissis aut minis Mogontiacum abeunt; ac forte obvio interfectore Voculae Longino, coniectis in eum telis initium exolvendae in posterum culpae fecere: legiones nihil mutato itinere ante moenia Trevirorum considunt.

Traduzione all'italiano


La Sedicesima legione e gli ausiliari arresisi insieme a lei ricevono l’ordine di trasferirsi da Novesio alla colonia dei Treviri e viene loro prefissato il giorno entro cui abbandonare il campo. Il periodo di attesa lo trascorsero in varie occupazioni, i più vili paventando la stessa sorte dei soldati uccisi presso Castra Vetera e i migliori oppressi dalla vergogna del disonore: come sarebbe stata la loro marcia? Chi li avrebbe guidati? Tutto era in mano di quelli che essi avevano resi arbitri della loro vita e della loro morte! Altri, incuranti del disonore, si mettevano addosso denaro e oggetti preziosi; alcuni controllavano l’efficienza delle armi, come se si dovesse scendere in battaglia. Fra questi preparativi venne l’ora della partenza, ancora più amara dell’attesa, perché all’interno del campo la loro situazione era meno vistosamente avvilente, ma nel piano aperto, alla luce del sole, il loro disonore si scoperse in tutta la sua pienezza. Strappate le immagini degli imperatori, sfilavano insegne tristemente spoglie fra il brillare, ai due lati, delle insegne dei Galli: una silenziosa colonna, come un lungo funerale; alla testa Claudio Santo, senza un occhio, col volto sinistro e con una personalità ancora più dissestata. La vergogna raddoppia, al congiungersi con essa dell’altra legione, uscita dal campo di Bonna. Vola la notizia delle legioni catturate, e quanti fino a poco prima tremavano al nome di Roma, tutti accorrevano dai campi, dalle abitazioni, lì riversandosi da ogni parte, a godere senza ritegno dell’insolito spettacolo. Lo squadrone di cavalleria Picentino non seppe sopportare la gioia insultante della folla: insensibili alle promesse e alle minacce di Santo, dirigono su Magonza. Volle il caso che incrociassero l’assassino di Vocula, Longino: lo crivellano di colpi, dando inizio alla futura espiazione della colpa. Le legioni seguitano per il loro cammino e si attendano davanti alle mura di Treviri.|[continua]|

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