Traduzione di Paragrafo 53, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Curam restituendi Capitolii in Lucium Vestinum confert, equestris ordinis virum, sed auctoritate famaque inter proceres. Ab eo contracti haruspices monuere ut reliquiae prioris delubri in paludes aveherentur, templum isdem vestigiis sisteretur: nolle deos mutari veterem formam. XI kalendas Iulias serena luce spatium omne quod templo dicabatur evinctum vittis coronisque; ingressi milites, quis fausta nomina, felicibus ramis; dein virgines Vestales cum pueris puellisque patrimis matrimisque aqua e fontibus amnibusque hausta perluere. Tum Helvidius Priscus praetor, praeeunte Plautio Aeliano pontifice, lustrata suovetaurilibus area et super caespitem redditis extis, Iovem, Iunonem, Minervam praesidesque imperii deos precatus uti coepta prosperarent sedisque suas pietate hominum inchoatas divina ope attollerent, vittas, quis ligatus lapis innexique funes erant, contigit; simul ceteri magistratus et sacerdotes et senatus et eques et magna pars populi, studio laetitiaque conixi, saxum ingens traxere. Passimque iniectae fundamentis argenti aurique stipes et metallorum primitiae, nullis fornacibus victae, sed ut gignuntur: praedixere haruspices ne temeraretur opus saxo aurove in aliud destinato. Altitudo aedibus adiecta: id solum religio adnuere et prioris templi magnificentiae defuisse credebatur.

Traduzione all'italiano


Vespasiano affida l’incarico di ricostruire il Campidoglio a Lucio Vestino, appartenente all’ordine equestre, ma personaggio fra i più illustri per autorità e prestigio. Gli aruspici da lui convocati gli raccomandarono di trasportare le macerie del vecchio tempio in uno stagno e di innalzare il nuovo sulle fondamenta del primo: gli dèi vietavano di cambiare la vecchia struttura. Il ventuno di giugno, sotto un cielo luminoso, tutta l’area dedicata al tempio venne cinta con bende sacre e corone; vi fecero penetrare dei soldati dai nomi di buon augurio, recanti rametti di alberi fruttiferi; poi le vergini Vestali, con ragazzi e fanciulle aventi padre e madre ancora viventi, la aspersero con acqua attinta da fonti e da fiumi. Allora il pretore Elvidio Prisco, cui il pontefice Plauzio Eliano suggeriva la formula rituale, immolò, quale sacrificio di purificazione, un maiale, una pecora e un toro, e, deposte le viscere su un altare composto di zolle erbose, alzò una preghiera a Giove, Giunone e Minerva e alle divinità protettrici dell’impero, perché assecondassero l’opera iniziata ed elevassero, con la loro divina assistenza, quella loro dimora, iniziata dalla pietà degli uomini. Poi toccò le sacre bende avvolte attorno alla prima pietra e alle funi che la reggevano, mentre gli altri magistrati, i sacerdoti, il senato, i cavalieri e gran parte del popolo, univano, in gioiosa partecipazione, i loro sforzi per trascinare un masso enorme. Furono gettati qua e là, nelle fondamenta, pezzi d’argento e d’oro e metalli grezzi, non domati da nessuna fornace, ma così come natura li produce. Gli aruspici espressero l’ammonimento che non si contaminasse l’edificio con pietra o con oro destinato ad altro fine. L’altezza del tempio venne accresciuta: si credeva che la legge rituale consentisse quest’unica modifica e che soltanto quel pregio mancasse alla magnificenza del tempio precedente.