Traduzione di Paragrafo 49, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Sed tum legionem in Africa regebat Valerius Festus, sumptuosae adulescentiae neque modica cupiens et adfinitate Vitellii anxius. Is crebris sermonibus temptaveritne Pisonem ad res novas an temptanti restiterit, incertum, quoniam secreto eorum nemo adfuit, et occiso Pisone plerique ad gratiam interfectoris inclinavere. Nec ambigitur provinciam et militem alienato erga Vespasianum animo fuisse; et quidam e Vitellianis urbe profugi ostentabant Pisoni nutantis Gallias, paratam Germaniam, pericula ipsius et in pace suspecto tutius bellum. Inter quae Claudius Sagitta, praefectus alae Petrianae, prospera navigatione praevenit Papirium centurionem a Muciano missum, adseveravitque mandata interficiendi Pisonis centurioni data: cecidisse Galerianum consobrinum eius generumque; unam in audacia spem salutis, sed duo itinera audendi, seu mallet statim arma, seu petita navibus Gallia ducem se Vitellianis exercitibus ostenderet. Nihil ad ea moto Pisone, centurio a Muciano missus, ut portum Carthaginis attigit, magna voce laeta Pisoni omnia tamquam principi continuare, obvios et subitae rei miraculo attonitos ut eadem adstreperent hortari. Vulgus credulum ruere in forum, praesentiam Pisonis exposcere; gaudio clamoribusque cuncta miscebant, indiligentia veri et adulandi libidine. Piso indicio Sagittae vel insita modestia non in publicum egressus est neque se studiis vulgi permisit: centurionemque percontatus, postquam quaesitum sibi crimen caedemque comperit, animadverti in eum iussit, haud perinde spe vitae quam ira in percussorem, quod idem ex interfectoribus Clodii Macri cruentas legati sanguine manus ad caedem proconsulis rettulisset. Anxio deinde edicto Carthaginiensibus increpitis, ne solita quidem munia usurpabat, clausus intra domum, ne qua motus novi causa vel forte oreretur.

Traduzione all'italiano


Comandava allora la legione d’Africa Valerio Festo, giovane spendaccione e ambiziosissimo, inquieto per la sua parentela con Vitellio. Se sia stato lui a tentare Pisone, nei loro ripetuti contatti, alla rivolta o se abbia resistito ai tentativi dell’altro, non è chiaro: nessuno presenziò ai loro incontri segreti e, dopo la morte di Pisone, i più cercarono di ingraziarsi l’assassino. Certo è, invece, che la provincia e i soldati nutrivano avversione per Vespasiano; e alcuni Vitelliani, profughi da Roma, indicavano a Pisone l’atteggiamento incerto delle Gallie, la Germania pronta contro Vespasiano, la sua rischiosa posizione personale e la maggiore sicurezza offerta dalla guerra a chi la pace rendeva sospetto. Frattanto Claudio Sagitta, prefetto dell’ala Petriana, profittando di una propizia navigazione, anticipò l’arrivo del centurione Papirio, inviato da Muciano, assicurando che il centurione aveva ordine di uccidere Pisone, che Galeriano, suo cugino e genero, era già caduto; che l’audacia costituiva ormai l’unica speranza di salvezza, ma che ad osare si aprivano due strade, o prendere subito le armi o raggiungere via mare la Gallia e presentarsi come capo agli eserciti vitelliani. Queste parole non influirono affatto su Pisone. Intanto il centurione inviato da Muciano sbarca nel porto di Cartagine e indirizza subito, ad alta voce, auguri di felicità a Pisone, come fosse l’imperatore, invitando quanti gli si fanno incontro, stupefatti per la scena inattesa, a unirsi a lui nelle manifestazioni in favore di Pisone. La folla, credulona come sempre, accorre nel Foro e reclama la presenza di Pisone; faceva risuonare ovunque le sue grida festose, indifferente alla verità, ma per pura smania di adulazione. Pisone, o perché messo sull’avviso da Sagitta o per innata ritrosia, non uscì in pubblico, né si concesse alle acclamazioni della folla. Interrogò invece il centurione e, come seppe del tentativo di incriminarlo per ucciderlo, impartì l’ordine di metterlo a morte, non già sperando di aver salva la vita, ma per sdegnosa rabbia contro il sicario che, reduce dall’aver partecipato all’assassinio di Clodio Macro, era venuto, con le mani ancora sporche del sangue del legato, ad attentare alla vita di un proconsole. Rimproverati, poi, duramente i Cartaginesi con un proclama che tradiva inquietudine, trascurò, chiuso in casa, anche gli affari correnti, per non offrire, sia pure fortuitamente, pretesto a nuove agitazioni.