Traduzione di Paragrafo 42, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Magnam eo die pietatis eloquentiaeque famam Vipstanus Messala adeptus est, nondum senatoria aetate, ausus pro fratre Aquilio Regulo deprecari. Regulum subversa Crassorum et Orfiti domus in summum odium extulerat: sponte [ex sc] accusationem subisse iuvenis admodum, nec depellendi periculi sed in spem potentiae videbatur; et Sulpicia Praetextata Crassi uxor quattuorque liberi, si cognosceret senatus, ultores aderant. Igitur Messala non causam neque reum tueri, sed periculis fratris semet opponens flexerat quosdam. Occurrit truci oratione Curtius Montanus, eo usque progressus ut post caedem Galbae datam interfectori Pisonis pecuniam a Regulo adpetitumque morsu Pisonis caput obiectaret. 'hoc certe' inquit 'Nero non coegit, nec dignitatem aut salutem illa saevitia redemisti. Sane toleremus istorum defensiones qui perdere alios quam periclitari ipsi maluerunt: te securum reliquerat exul pater et divisa inter creditores bona, nondum honorum capax aetas, nihil quod ex te concupisceret Nero, nihil quod timeret. Libidine sanguinis et hiatu praemiorum ignotum adhuc ingenium et nullis defensionibus expertum caede nobili imbuisti, cum ex funere rei publicae raptis consularibus spoliis, septuagiens sestertio saginatus et sacerdotio fulgens innoxios pueros, inlustris senes, conspicuas feminas eadem ruina prosterneres, cum segnitiam Neronis incusares, quod per singulas domos seque et delatores fatigaret: posse universum senatum una voce subverti. Retinete, patres conscripti, et reservate hominem tam expediti consilii ut omnis aetas instructa sit, et quo modo senes nostri Marcellum, Crispum, iuvenes Regulum imitentur. Invenit aemulos etiam infelix nequitia: quid si floreat vigeatque? Et quem adhuc quaestorium offendere non audemus, praetorium et consularem ausuri sumus? An Neronem extremum dominorum putatis? Idem crediderant qui Tiberio, qui Gaio superstites fuerunt, cum interim intestabilior et saevior exortus est. Non timemus Vespasianum; ea principis aetas, ea moderatio: sed diutius durant exempla quam mores. Elanguimus, patres conscripti, nec iam ille senatus sumus qui occiso Nerone delatores et ministros more maiorum puniendos flagitabat. Optimus est post malum principem dies primus.'

Traduzione all'italiano


Si acquistò quel giorno una grande fama di amore fraterno e di eloquenza Vipstano Messalla: pur non avendo ancora l’età per intervenire in senato, osò perorare la causa del fratello Aquilio Regolo. La rovina della casa dei Crassi e di Orfito aveva suscitato l’odio più feroce contro Regolo: gli si addebitava la parte, assunta volontariamente, benché ancor giovane, di accusatore di anziani ex consoli, non per sfuggire a rischi personali, ma per mire di potere; e, nel caso che il senato aprisse l’istruttoria, lo aspettava la vendetta della moglie di Crasso, Sulpicia Pretestata, e dei suoi quattro figli. Messalla non prese a difendere né la causa, né l’imputato, ma, facendo scudo della sua persona al fratello, di fronte al pericolo incombente, aveva piegato l’inflessibilità di alcuni. Ma gli si contrappose, con un durissimo intervento, Curzio Montano, il quale giunse a rinfacciare a Regolo di avere, dopo l’assassinio di Galba, dato del denaro al sicario di Pisone e di averne addentato la testa. “Ma almeno a questo non ti ha costretto Nerone, né ti sei acquistato dignità e salvezza con un gesto così barbaro. Possiamo forse accettare le giustificazioni di quanti hanno preferito la rovina di altri ai rischi personali; ma nel tuo caso, l’esilio di tuo padre e la spartizione della tua proprietà fra i creditori ti rendeva sicuro; tu non avevi ancora l’età per la carriera politica, nulla da te poteva desiderare o temere Nerone. È frenesia sanguinaria, è ingordigia di ricompense che ti ha spinto, quando ancora non ti conoscevi né ti eri misurato in difesa di altri, a macchiarti di sangue nobile, a rapire, sulla tomba dello stato, le spoglie di ex consoli, a impinguarti di ben sette milioni di sesterzi, a presentarti risplendente nella dignità sacerdotale, mentre affossavi nella stessa rovina ragazzi innocenti, vecchi illustri, nobili donne; e intanto accusavi Nerone di inefficienza, perché logorava se stesso e i delatori in una capillare caccia casa per casa, mentre gli bastava una parola per annientare l’intero senato. Conservate, o senatori, tenetevi caro un uomo capace di consigli così risolutivi, perché tutti, di qualsiasi età, imparino da lui e, come i vecchi hanno imitato un Marcello e un Crispo, così i giovani imitino Regolo. Anche se infruttuosa, la volontà di fare il male trova seguaci, figuriamoci quando trionfa! E se non osiamo colpire costui, ora che è stato questore, avremo il coraggio di farlo, quando sarà pretore o console? Pensate che Nerone sia stato l’ultimo tiranno? Così anche hanno pensato gli scampati a Tiberio e Caligola, e intanto ne è spuntato un altro più detestabile e crudele. Non di Vespasiano abbiamo timore: ce lo dicono l’età del principe e la sua moderazione; ma gli esempi durano più a lungo del carattere dei singoli. Ci siamo rammolliti, o senatori, e non siamo più quel senato che, morto Nerone, pretendeva per delatori e manutengoli la pena secondo il principio degli avi. Il giorno più bello dopo un cattivo principe, è il primo”.