Traduzione di Paragrafo 41, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Senatus inchoantibus primoribus ius iurandum concepit quo certatim omnes magistratus, ceteri, ut sententiam rogabantur, deos testis advocabant, nihil ope sua factum quo cuiusquam salus laederetur, neque se praemium aut honorem ex calamitate civium cepisse, trepidis et verba iuris iurandi per varias artis mutantibus, quis flagitii conscientia inerat. Probabant religionem patres, periurium arguebant; eaque velut censura in Sariolenum Voculam et Nonium Attianum et Cestium Severum acerrime incubuit, crebris apud Neronem delationibus famosos. Sariolenum et recens crimen urgebat, quod apud Vitellium molitus eadem foret: nec destitit senatus manus intentare Voculae, donec curia excederet. Ad Paccium Africanum transgressi eum quoque proturbant, tamquam Neroni Scribonios fratres concordia opibusque insignis ad exitium monstravisset. Africanus neque fateri audebat neque abnuere poterat: in Vibium Crispum, cuius interrogationibus fatigabatur, ultro conversus, miscendo quae defendere nequibat, societate culpae invidiam declinavit.

Traduzione all'italiano


Il senato ideò la formula di un giuramento col quale, a cominciare dai membri più autorevoli, a gara tutti i magistrati e gli altri senatori, man mano che erano invitati a esprimere il loro parere, chiamavano a testimoni gli dèi di non aver agito in modo da pregiudicare la vita di altri e di non aver ricavato premi od onori dalla rovina di concittadini. Tutto questo fra lo smarrimento di quanti si sentivano in colpa e in mezzo ai loro tentativi di modificare con vari sotterfugi il testo della formula. I senatori plaudivano al giuramento pronunciato con scrupoloso senso della verità e insorgevano contro lo spergiuro. Questa specie di censura colpì duramente Sarioleno Vocula, Nonio Attiano e Cestio Severo, perché famigerati autori di numerose delazioni al tempo di Nerone. Contro Sarioleno gravava anche la pesante e recente accusa di aver continuato nelle stesse pratiche sotto Vitellio; e il senato non cessò di minacciarlo di esercitare violenza contro la sua persona, finché non uscì dalla sala. Venuto il turno di Paccio Africano, scacciano anche lui, perché responsabile della rovina, per delazione a Nerone, dei fratelli Scribonii, rinomati per la loro concordia e le loro ricchezze. Africano non aveva il coraggio di ammettere la colpa né poteva negarla; ma, aggredendo a sua volta Vibio Crispo, che lo incalzava di domande, e coinvolgendolo in una corresponsabilità, che non poteva declinare, si sottrasse all’indignazione del senato.