Traduzione di Paragrafo 40, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Quo die senatum ingressus est Domitianus, de absentia patris fratrisque ac iuventa sua pauca et modica disseruit, decorus habitu; et ignotis adhuc moribus crebra oris confusio pro modestia accipiebatur. Referente Caesare de restituendis Galbae honoribus, censuit Curtius Montanus ut Pisonis quoque memoria celebraretur. Patres utrumque iussere: de Pisone inritum fuit. Tum sorte ducti per quos redderentur bello rapta, quique aera legum vetustate delapsa noscerent figerentque, et fastos adulatione temporum foedatos exonerarent modumque publicis impensis facerent. Redditur Tettio Iuliano praetura, postquam cognitus est ad Vespasianum confugisse: Grypo honor mansit. Repeti inde cognitionem inter Musonium Rufum et Publium Celerem placuit, damnatusque Publius et Sorani manibus satis factum. Insignis publica severitate dies ne privatim quidem laude caruit. Iustum iudicium explesse Musonius videbatur, diversa fama Demetrio Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quam honestius defendisset: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio suppeditavit. Signo ultionis in accusatores dato, petit a Caesare Iunius Mauricus ut commentariorum principalium potestatem senatui faceret, per quos nosceret quem quisque accusandum poposcisset. Consulendum tali super re principem respondit.

Traduzione all'italiano


Il giorno del suo ingresso in senato, Domiziano pronunciò, con composta dignità, poche e contenute parole sul padre e sul fratello assenti e sulla propria giovane età: ancora non lo si conosceva, e il suo frequente arrossire veniva scambiato come segno di modestia. Alla proposta di Cesare di ristabilire gli onori spettanti a Galba, Curzio Montano si espresse per rendere i dovuti onori anche alla memoria di Pisone. I senatori accolsero le due proposte, ma per Pisone non si raggiunse alcuna decisione. Vennero poi sorteggiati i membri di una commissione per la restituzione dei beni espropriati nel corso della guerra e quelli di un’altra per la ricostruzione del testo e il ripristino delle tavole bronzee della legge consunte per vecchiaia, per la ripulitura del calendario da vergognose feste dovute al servilismo dei vari tempi, e per il controllo della spesa pubblica. Fu restituita la pretura a Tezio Giuliano, quando si seppe che era riparato presso Vespasiano; Gripo rimase in carica. Venne poi ripreso il procedimento giudiziario tra Musonio Rufo e Publio Celere: la condanna di Publio placò i mani di Sorano. Quel giorno, memorabile per il rigore di cui diede prova lo stato, lasciò spazio anche alla gloria di un semplice cittadino. Musonio appariva come colui che aveva fatto trionfare la giustizia; ben diverso giudizio ricadde su Demetrio, filosofo cinico, per aver difeso, facendo prevalere l’ambizione sull’onestà, un uomo manifestamente colpevole; quanto a Publio, gli si spensero, nella difficile situazione del processo, il coraggio e le parole. Il segnale della vendetta contro i delatori era ormai partito: Giunio Maurico chiese a Cesare di autorizzare il senato all’accesso degli archivi privati degli imperatori, per conoscere le accuse prodotte da ciascun delatore; ma egli rispose che su una materia così delicata bisognava sentire il principe.