Traduzione di Paragrafo 32, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Lectae deinde pro contione epistulae Antonii ad Civilem suspiciones militum inritavere, tamquam ad socium partium scriptae et de Germanico exercitu hostiliter. Mox adlatis Geldubam in castra nuntiis eadem dicta factaque, et missus cum mandatis Montanus ad Civilem ut absisteret bello neve externa armis falsis velaret: si Vespasianum iuvare adgressus foret, satis factum coeptis. Ad ea Civilis primo callide: post ubi videt Montanum praeferocem ingenio paratumque in res novas, orsus a questu periculisque quae per quinque et viginti annos in castris Romanis exhausisset, 'egregium' inquit 'pretium laborum recepi, necem fratris et vincula mea et saevissimas huius exercitus voces, quibus ad supplicium petitus iure gentium poenas reposco. Vos autem Treviri ceteraeque servientium animae, quod praemium effusi totiens sanguinis expectatis nisi ingratam militiam, immortalia tributa, virgas, securis et dominorum ingenia? En ego praefectus unius cohortis et Canninefates Batavique, exigua Galliarum portio, vana illa castrorum spatia excidimus vel saepta ferro fameque premimus. Denique ausos aut libertas sequetur aut victi idem erimus.' sic accensum, sed molliora referre iussum dimittit: ille ut inritus legationis redit, cetera dissimulans, quae mox erupere.

Traduzione all'italiano


La lettura, dinanzi alla truppa schierata, del messaggio di Antonio a Civile, inasprì la diffidenza fra i soldati, perché Antonio gli si rivolgeva come a un alleato di parte, mentre i riferimenti all’esercito germanico erano improntati a ostilità. Queste stesse informazioni, date ai soldati accampati a Gelduba, provocarono analoghe reazioni; e si invia Montano da Civile per ingiungergli di cessare le ostilità e di non coprire la sua aggressione a Roma col falso pretesto della guerra civile: se aveva inteso aiutare Vespasiano, bastava quanto già fatto. All’inizio Civile cercò di giocare d’astuzia, ma come scoprì in Montano un interlocutore assolutamente deciso e pronto a tutto, cominciò a lagnarsi, rievocando i pericoli vissuti per venticinque anni nell’esercito romano: “Bel compenso il mio, per tante fatiche: l’uccisione di mio fratello, l’arresto per me e le grida forsennate di questo esercito invocante la mia morte; ora, nel nome del diritto dei popoli, chiedo vendetta. E voi Treviri, e voi tutti, anime di schiavi, che premio vi aspettate, dopo tanto sangue versato, se non un servizio militare ingrato, tributi mai finiti, le verghe, la scure e i capricci dei padroni? E invece guardate: io, prefetto di una semplice coorte, e i Canninefati e i Batavi, porzione piccolissima delle Gallie, abbiamo distrutto i campi romani inutilmente immensi o li assediamo in una morsa di ferro e di fame. Insomma, abbiamo dimostrato coraggio: o avremo con noi la libertà oppure, vinti, resteremo quel che siamo”. Così lo infiamma di nuovi sentimenti e, al momento di congedarlo, gli ordina di riferire ai Romani la sua risposta in termini più morbidi. Montano rientra al campo, come se la missione fosse fallita, dissimulando gli altri suoi sentimenti che, poco dopo, vennero clamorosamente alla luce.|[continua]|

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