Traduzione di Paragrafo 3, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Isdem diebus Lucilius Bassus cum expedito equite ad componendam Campaniam mittitur, discordibus municipiorum animis magis inter semet quam contumacia adversus principem. Viso milite quies et minoribus coloniis impunitas: Capuae legio tertia hiemandi causa locatur et domus inlustres adflictae, cum contra Tarracinenses nulla ope iuvarentur. Tanto proclivius est iniuriae quam beneficio vicem exolvere, quia gratia oneri, ultio in quaestu habetur. Solacio fuit servus Vergilii Capitonis, quem proditorem Tarracinensium diximus, patibulo adfixus in isdem anulis quos acceptos a Vitellio gestabat. At Romae senatus cuncta principibus solita Vespasiano decernit, laetus et spei certus, quippe sumpta per Gallias Hispaniasque civilia arma, motis ad bellum Germaniis, mox Illyrico, postquam Aegyptum Iudaeam Syriamque et omnis provincias exercitusque lustraverant, velut expiato terrarum orbe cepisse finem videbantur: addidere alacritatem Vespasiani litterae tamquam manente bello scriptae. Ea prima specie forma; ceterum ut princeps loquebatur, civilia de se, et rei publicae egregia. Nec senatus obsequium deerat: ipsi consulatus cum Tito filio, praetura Domitiano et consulare imperium decernuntur.

Traduzione all'italiano


In quegli stessi giorni venne inviato Lucilio Basso, con reparti di cavalleria leggera, a pacificare la Campania, le cui città erano percorse da discordie municipali più che da spirito di ribellione contro il principe. All’apparire dei soldati, tornò la calma e alle colonie più piccole fu concessa l’impunità. Capua dovette alloggiare, per i mesi invernali, la Terza legione, e le famiglie illustri furono duramente colpite, mentre per converso gli abitanti di Terracina non ebbero stanziamenti a loro favore. Tanto è più facile ripagare un’offesa che un beneficio, perché la riconoscenza è un peso costoso, la vendetta un profitto. Unica consolazione per i Terracinesi fu di vedere lo schiavo di Virgilio Capitone, che, come s’è detto, li aveva traditi, affisso al patibolo con l’anello donatogli da Vitellio. A Roma, intanto, il senato, reso più sereno perché certo su chi puntare, decreta a Vespasiano tutti gli onori che si usano conferire a un principe. Di fatto la guerra civile, divampata nelle Gallie e nelle Spagne ed estesasi con l’intervento delle Germanie e poi dell’Illirico, dopo aver percorso l’Egitto, la Giudea, la Siria e tutte le province, coinvolgendo gli eserciti, come avesse purificato il mondo intero dalle sue lordure, pareva volgere alla fine. Provocò un entusiasmo ancora più grande una lettera di Vespasiano, scritta come se la guerra fosse ancora in corso. Questa almeno l’impressione che fece a prima vista; in realtà, Vespasiano parlava da principe, con modestia di sé e magnificando lo stato. Né mancava di rendere omaggio al Senato, il quale conferì a lui e al figlio Tito il consolato, e a Domiziano la pretura e la potestà consolare.