Traduzione di Paragrafo 29, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Nec finem labori nox attulit: congestis circum lignis accensisque, simul epulantes, ut quisque vino incaluerat, ad pugnam temeritate inani ferebantur. Quippe ipsorum tela per tenebras vana: Romani conspicuam barbarorum aciem, et si quis audacia aut insignibus effulgens, ad ictum destinabant. Intellectum id Civili et restincto igne misceri cuncta tenebris et armis iubet. Tum vero strepitus dissoni, casus incerti, neque feriendi neque declinandi providentia: unde clamor acciderat, circumagere corpora, tendere artus; nihil prodesse virtus, fors cuncta turbare et ignavorum saepe telis fortissimi cadere. Apud Germanos inconsulta ira: Romanus miles periculorum gnarus ferratas sudis, gravia saxa non forte iaciebat. Ubi sonus molientium aut adpositae scalae hostem in manus dederant, propellere umbone, pilo sequi; multos in moenia egressos pugionibus fodere. Sic exhausta nocte novam aciem dies aperuit.

Traduzione all'italiano


Né con la notte si concluse la loro fatica: accesero grandi mucchi di legna ammassata tutt’attorno al campo e si sedettero insieme a banchetto; poi, man mano che il vino li riscaldava, si gettavano a combattere con temerità folle, perché i loro colpi nel buio andavano a vuoto mentre i Romani, vedendo distintamente lo schieramento dei barbari, miravano con precisione su chi si faceva notare per l’audacia o per la vistosità delle armi. Comprese la situazione Civile, che ordinò di spegnere i fuochi, e tutto si confuse in una mischia nelle tenebre. Ovunque allora strepiti discordanti, confusi episodi di lotta, nell’impossibilità di mettere i colpi a segno o di pararli; da dove provenivano le grida, là si spostavano, là tendevano le braccia avanti nel buio; a nulla giovava il valore personale: nella caotica confusione spesso i forti cadevano sotto i colpi dei vili. Spronava i Germani un furore inconsulto; i Romani, con la loro esperienza del pericolo, lanciavano pertiche ferrate e pesanti macigni, non a caso. Se il rumore di chi apriva brecce o di scale appoggiate al muro rivelava la presenza del nemico, li respingevano con gli scudi e li raggiungevano coi giavellotti; molti caddero trafitti dai pugnali al momento di sbucare sull’alto delle mura. Consumata così la notte, il giorno scoprì ai loro occhi un nuovo aspetto del combattimento.