Traduzione di Paragrafo 27, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Forte navem haud procul castris, frumento gravem, cum per vada haesisset, Germani in suam ripam trahebant. Non tulit Gallus misitque subsidio cohortem: auctus et Germanorum numerus, paulatimque adgregantibus se auxiliis acie certatum. Germani multa cum strage nostrorum navem abripiunt. Victi, quod tum in morem verterat, non suam ignaviam, sed perfidiam legati culpabant. Protractum e tentorio, scissa veste, verberato corpore, quo pretio, quibus consciis prodidisset exercitum, dicere iubent. Redit in Hordeonium invidia: illum auctorem sceleris, hunc ministrum vocant, donec exitium minitantibus exterritus proditionem et ipse Hordeonio obiecit; vinctusque adventu demum Voculae exolvitur. Is postera die auctores seditionis morte adfecit: tanta illi exercitui diversitas inerat licentiae patientiaeque. Haud dubie gregarius miles Vitellio fidus, splendidissimus quisque in Vespasianum proni: inde scelerum ac suppliciorum vices et mixtus obsequio furor, ut contineri non possent qui puniri poterant.

Traduzione all'italiano


Volle il caso che non lontano dal campo una nave, col suo carico di frumento, si arenasse su una secca. I Germani cercarono di tirarla verso la loro riva. Non poté tollerarlo Gallo e mandò una coorte in soccorso; crebbe anche il numero dei Germani e, con il sopraggiungere, a poco a poco, di rinforzi dalle due parti, si arrivò a una vera battaglia. I Germani catturarono la nave, infliggendo dure perdite ai nostri. I vinti, con un comportamento divenuto abituale, incolparono non la propria mancanza di coraggio, ma la perfidia del legato. Lo tirano fuori della tenda, gli strappano le vesti, lo colpiscono e gli intimano di dire a che prezzo e con quali complicità avesse tradito l’esercito. Rispunta l’ostilità contro Ordeonio; dicono che è lui l’ideatore del disastro e Gallo suo strumento, finché anche costui, terrorizzato di fronte alle minacce di morte, rinfaccia il tradimento a Ordeonio. Finalmente l’arrivo di Vocula lo libera dai ceppi. Questi, il giorno seguente, manda a morte i responsabili dell’ammutinamento: tanto clamoroso era in quell’esercito il contrasto tra l’insubordinazione e la docilità più passiva. Senza ombra di dubbio la massa dei soldati era fedele a Vitellio, mentre gli ufficiali più elevati di grado propendevano per Vespasiano. Da qui l’avvicendarsi di colpe e castighi e una rabbia frammista alla più umile obbedienza, sicché era impossibile domare chi pur si poteva punire.