Traduzione di Paragrafo 23, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Pars castrorum in collem leniter exurgens, pars aequo adibatur. Quippe illis hibernis obsideri premique Germanias Augustus crediderat, neque umquam id malorum ut obpugnatum ultro legiones nostras venirent; inde non loco neque munimentis labor additus: vis et arma satis placebant. Batavi Transrhenanique, quo discreta virtus manifestius spectaretur, sibi quaeque gens consistunt, eminus lacessentes. Post ubi pleraque telorum turribus pinnisque moenium inrita haerebant et desuper saxis vulnerabantur, clamore atque impetu invasere vallum, adpositis plerique scalis, alii per testudinem suorum; scandebantque iam quidam, cum gladiis et armorum incussu praecipitati sudibus et pilis obruuntur, praeferoces initio et rebus secundis nimii. Sed tum praedae cupidine adversa quoque tolerabant; machinas etiam, insolitum sibi, ausi. Nec ulla ipsis sollertia: perfugae captivique docebant struere materias in modum pontis, mox subiectis rotis propellere, ut alii superstantes tamquam ex aggere proeliarentur, pars intus occulti muros subruerent. Sed excussa ballistis saxa stravere informe opus. Et cratis vineasque parantibus adactae tormentis ardentes hastae, ultroque ipsi obpugnatores ignibus petebantur, donec desperata vi verterent consilium ad moras, haud ignari paucorum dierum inesse alimenta et multum imbellis turbae; simul ex inopia proditio et fluxa servitiorum fides ac fortuita belli sperabantur.

Traduzione all'italiano


Parte del campo seguiva il lieve pendio di un colle, parte si apriva sul piano. Certo Augusto, con quel campo, aveva creduto di poter esercitare sui Germani una pressione di contenimento, ma mai che si arrivasse al punto così basso, da vedervi assediate le nostre legioni, per loro iniziativa. Quindi non si erano aggiunti lavori supplementari per rafforzare la posizione e le difese normali: bastava la potenza delle nostre armi. Batavi e Transrenani, perché risaltasse meglio, se divisi, il proprio valore, prendono distintamente posizione e muovono da lontano il primo attacco. Ma poiché la maggior parte dei loro colpi si conficcava, senza danno, in torri e merlature, mentre i sassi lanciati dall’alto centravano il bersaglio, si scagliano, in un urlante assalto, contro il vallo, molti su scale appoggiate, altri sulla testuggine dei loro compagni. Già alcuni stavano per arrivare in cima, ma li ributtano giù fendenti e colpi di scudo e li finiscono con pali e giavellotti: sono gli stessi, tanto baldanzosi all’inizio e temerari di fronte al successo. Eppure allora, assetati di preda, affrontavano anche quei momenti tremendi. Osarono anche impiegare, cosa insolita per loro, macchine da guerra. Da sé non sapevano cosa fare, ma disertori e prigionieri li istruivano a mettere insieme una struttura di legno a forma di ponte, a infilarvi sotto le ruote, a spingerla avanti in modo che alcuni, sistemati sopra, potessero combattere come da un bastione, mentre sotto altri, nascosti all’interno, scalzavano i muri. Ma i massi fiondati dalle baliste sfasciarono quella costruzione informe. Le catapulte lanciavano aste incendiarie contro chi preparava graticci e tavolati di riparo, investendo ora anche col fuoco gli stessi assalitori. Alla fine, sfiduciati di poter forzare il campo, applicarono la tattica di prendere tempo, ben sapendo che all’interno c’erano viveri per pochi giorni e un gran numero di non combattenti. Speravano in un tradimento per fame, nella dubbia fedeltà dei servi e negli imprevisti della guerra.