Traduzione di Paragrafo 2, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Nomen sedemque Caesaris Domitianus acceperat, nondum ad curas intentus, sed stupris et adulteriis filium principis agebat. Praefectura praetorii penes Arrium Varum, summa potentiae in Primo Antonio. Is pecuniam familiamque e principis domo quasi Cremonensem praedam rapere: ceteri modestia vel ignobilitate ut in bello obscuri, ita praemiorum expertes. Civitas pavida et servitio parata occupari redeuntem Tarracina L. Vitellium cum cohortibus extinguique reliqua belli postulabat: praemissi Ariciam equites, agmen legionum intra Bovillas stetit. Nec cunctatus est Vitellius seque et cohortis arbitrio victoris permittere, et miles infelicia arma haud minus ira quam metu abiecit. Longus deditorum ordo saeptus armatis per urbem incessit, nemo supplici vultu, sed tristes et truces et adversum plausus ac lasciviam insultantis vulgi immobiles. Paucos erumpere ausos circumiecti pressere; ceteri in custodiam conditi, nihil quisquam locutus indignum, et quamquam inter adversa, salva virtutis fama. Dein L. Vitellius interficitur, par vitiis fratris, in principatu eius vigilantior, nec perinde prosperis socius quam adversis abstractus.

Traduzione all'italiano


Domiziano aveva accettato il nome di Cesare e la residenza imperiale e, pur non assorbito ancora dalla cura dello stato, svolgeva, tra stupri e adulterii, la sua parte di figlio del principe. Il comando del pretorio stava nelle mani di Arrio Varo, l’autorità suprema era detenuta da Antonio. Denaro, schiavi, tutto costui arraffava dalle case dell’imperatore, come fosse bottino di Cremona; gli altri capi, fosse moderazione o mancanza di altrettanto prestigio, come prima oscuri in guerra, restavano ora senza ricompense. I cittadini, impauriti e rassegnati a obbedire, chiedevano di prevenire il ritorno di Lucio Vitellio da Terracina con le sue coorti e di spegnere gli ultimi focolai di guerra. Fu mandata innanzi la cavalleria ad Ariccia e la colonna delle legioni si arrestò presso Boville. Rapida la decisione di Vitellio: rimise sé e le sue coorti nelle mani del vincitore, mentre i soldati gettavano a terra, impauriti ma anche sdegnati, le loro armi sfortunate. Sfilò attraverso la città, tra una selva di uomini in arme, il lungo corteo di chi s’era arreso: sui volti, nessuna traccia di umile supplica, ma cupi, torvi e impassibili di fronte agli applausi e ai sarcasmi della folla insolente. Pochi osarono sfondare la barriera delle guardie: furono circondati e finiti; gli altri vennero custoditi in prigione, ma nessuno si lasciò scappare una parola meno che degna e così, pur in quel momento difficile, fu salva la fama del loro valore. Poi venne ucciso Lucio Vitellio, pari nei vizi al fratello, ma più vigilante di lui, durante il suo principato, non altrettanto partecipe del suo successo quanto travolto nella stessa sventura.