Traduzione di Paragrafo 17, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Clara ea victoria in praesens, in posterum usui; armaque et navis, quibus indigebant, adepti magna per Germanias Galliasque fama libertatis auctores celebrabantur. Germaniae statim misere legatos auxilia offerentis: Galliarum societatem Civilis arte donisque adfectabat, captos cohortium praefectos suas in civitates remittendo, cohortibus, abire an manere mallent, data potestate. Manentibus honorata militia, digredientibus spolia Romanorum offerebantur: simul secretis sermonibus admonebat malorum, quae tot annis perpessi miseram servitutem falso pacem vocarent. Batavos, quamquam tributorum expertis, arma contra communis dominos cepisse; prima acie fusum victumque Romanum. Quid si Galliae iugum exuant? Quantum in Italia reliquum? Provinciarum sanguine provincias vinci. Ne Vindicis aciem cogitarent: Batavo equite protritos Aeduos Arvernosque; fuisse inter Verginii auxilia Belgas, vereque reputantibus Galliam suismet viribus concidisse. Nunc easdem omnium partis, addito si quid militaris disciplinae in castris Romanorum viguerit; esse secum veteranas cohortis, quibus nuper Othonis legiones procubuerint. Servirent Syria Asiaque et suetus regibus Oriens: multos adhuc in Gallia vivere ante tributa genitos. Nuper certe caeso Quintilio Varo pulsam e Germania servitutem, nec Vitellium principem sed Caesarem Augustum bello provocatum. Libertatem natura etiam mutis animalibus datam, virtutem proprium hominum bonum; deos fortioribus adesse: proinde arriperent vacui occupatos, integri fessos. Dum alii Vespasianum, alii Vitellium foveant, patere locum adversus utrumque.

Traduzione all'italiano


Vittoria, quella, vistosa al momento e utile in seguito: si impossessarono di armi e navi, di cui avevano bisogno e, indicati come liberatori, venivano celebrati per tutte le Germanie e le Gallie. Le popolazioni germaniche mandarono subito ambasciatori a offrire loro rinforzi; Civile mirava, con abili mosse e con doni, ad assicurarsi l’alleanza delle Gallie: rimandava nella loro patria i prefetti di coorti catturati e ai soldati delle coorti lasciava la facoltà di restare o di partire, come volevano. A chi restava offriva un servizio onorevole nell’esercito, a chi se ne andava parte del bottino tolto ai Romani. Intanto, in contatti segreti, ricordava i mali subiti per tanti anni, in uno stato di deplorevole schiavitù, che, falsamente, chiamavano pace: “Noi Batavi, benché non assoggettati a tributi, abbiamo preso le armi contro i comuni padroni e, al primo scontro, abbiamo disperso e vinto i Romani. Che succederebbe se le Gallie scuotessero il giogo? Quali forze rimarrebbero in Italia? I Romani domano le province col sangue delle province. Non pensate al combattimento di Vindice: gli Edui e gli Arverni li aveva travolti la cavalleria batava e tra le truppe ausiliarie di Virginio c’erano i Belgi e, a voler guardar bene, la Gallia era caduta per opera delle sue proprie forze. Ora tutti stiamo dalla stessa parte, con in più l’esperienza della disciplina militare in vigore nei campi romani. E abbiamo al nostro fianco le coorti veterane, che di recente hanno costretto le legioni di Otone a piegare le ginocchia. Restino pur schiave la Siria, l’Asia e l’Oriente, abituato al potere dei re: in Gallia vivono ancora molte persone nate prima dei tributi. E se non altro, di recente la Germania, col massacro di Quintilio Varo, si è liberata dalla schiavitù e ha provocato alla guerra non un Vitellio, ma Cesare Augusto. La natura ha donato la libertà anche agli animali incapaci di parola, ma il valore è un bene distintivo dell’uomo, e gli dèi assistono i più valorosi. Assaliamo, dunque, noi sereni e tranquilli, un nemico preoccupato, noi freschi, un nemico stanco. Mentre alcuni appoggiano Vespasiano e altri Vitellio, abbiamo la strada aperta contro entrambi”. Così, con gli occhi rivolti alle Gallie e alle Germanie, Civile mirava a regnare, se i suoi disegni fossero riusciti, su quelle genti assai ricche e forti.