Traduzione di Paragrafo 14, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Igitur Civilis desciscendi certus, occultato interim altiore consilio, cetera ex eventu iudicaturus, novare res hoc modo coepit. Iussu Vitellii Batavorum iuventus ad dilectum vocabatur, quem suapte natura gravem onerabant ministri avaritia ac luxu, senes aut invalidos conquirendo, quos pretio dimitterent: rursus impubes et forma conspicui (et est plerisque procera pueritia) ad stuprum trahebantur. Hinc invidia, et compositae seditionis auctores perpulere ut dilectum abnuerent. Civilis primores gentis et promptissimos vulgi specie epularum sacrum in nemus vocatos, ubi nocte ac laetitia incaluisse videt, a laude gloriaque gentis orsus iniurias et raptus et cetera servitii mala enumerat: neque enim societatem, ut olim, sed tamquam mancipia haberi: quando legatum, gravi quidem comitatu et superbo, cum imperio venire? Tradi se praefectis centurionibusque: quos ubi spoliis et sanguine expleverint, mutari, exquirique novos sinus et varia praedandi vocabula. Instare dilectum quo liberi a parentibus, fratres a fratribus velut supremum dividantur. Numquam magis adflictam rem Romanam nec aliud in hibernis quam praedam et senes: attollerent tantum oculos et inania legionum nomina ne pavescerent. At sibi robur peditum equitumque, consanguineos Germanos, Gallias idem cupientis. Ne Romanis quidem ingratum id bellum, cuius ambiguam fortunam Vespasiano imputaturos: victoriae rationem non reddi.

Traduzione all'italiano


Civile, dunque, deciso alla rivolta, dissimulando provvisoriamente i suoi obiettivi finali e regolandosi intanto sugli avvenimenti in corso, cominciò a varare un piano insurrezionale in questo modo. Per ordine di Vitellio era iniziato l’arruolamento dei giovani Batavi, operazione già in sé onerosa per costoro, ma resa ancora più insopportabile dalla rapacità e dalla corruzione dei funzionari, che iscrivevano nelle liste vecchi e invalidi, per poi esonerarli dietro pagamento, o che facevano oggetto della loro libidine le giovani reclute - son quasi tutti aitanti fin da ragazzi - di bell’aspetto. Ne derivava un profondo risentimento, sfruttato dagli organizzatori della rivolta, che istigavano a rifiutare la leva. Civile, col pretesto di un banchetto, raduna i capi tribù e i più animosi del popolo in un bosco sacro e lì, quando li vide eccitati dalla notturna allegria, cominciò a esaltare le glorie del loro popolo, per poi fare una rassegna delle ingiustizie, delle ruberie e degli altri mali della servitù: “Non più alleati, come un tempo, ma schiavi ci considerano. Quando mai, sia pure col suo seguito costoso e superbo, ma almeno col suo potere sovrano, viene tra noi il governatore? Siamo nelle mani di prefetti e centurioni, e quando questi si sono saziati di bottino e di sangue, li cambiano, e poi cercano nuove borse da riempire e inventano nuovi nomi per giustificare la loro preda. Ora abbiamo sul collo la leva, che divide, come in un supremo distacco, i figli dai genitori, i fratelli dai fratelli. Mai come oggi Roma è in difficoltà e i campi invernali non contengono che bottino e vecchi: alzate gli occhi da terra e svanirà la paura delle legioni, parola oggi senza peso. Noi, invece, abbiamo la forza dei nostri fanti e dei nostri cavalieri, abbiamo i Germani a noi legati per sangue e i Galli che condividono i nostri desideri. Anche i Romani vedranno di buon occhio questa guerra: eventuali difficoltà le imputeremo a Vespasiano; e della vittoria non si deve rendere conto a nessuno”.