Traduzione di Paragrafo 11, Libro 4 di Tacito

Versione originale in latino


Tali rerum statu, cum discordia inter patres, ira apud victos, nulla in victoribus auctoritas, non leges, non princeps in civitate essent, Mucianus urbem ingressus cuncta simul in se traxit. Fracta Primi Antonii Varique Arrii potentia, male dissimulata in eos Muciani iracundia, quamvis vultu tegeretur. Sed civitas rimandis offensis sagax verterat se transtuleratque: ille unus ambiri, coli. Nec deerat ipse, stipatus armatis domos hortosque permutans, apparatu incessu excubiis vim principis amplecti, nomen remittere. Plurimum terroris intulit caedes Calpurnii Galeriani. Is fuit filius Gai Pisonis, nihil ausus: sed nomen insigne et decora ipsius iuventa rumore vulgi celebrabantur, erantque in civitate adhuc turbida et novis sermonibus laeta qui principatus inanem ei famam circumdarent. Iussu Muciani custodia militari cinctus, ne in ipsa urbe conspectior mors foret, ad quadragensimum ab urbe lapidem Appia via fuso per venas sanguine extinguitur. Iulius Priscus praetoriarum sub Vitellio cohortium praefectus se ipse interfecit, pudore magis quam necessitate. Alfenus Varus ignaviae infamiaeque suae superfuit. Asiaticus (is enim libertus) malam potentiam servili supplicio expiavit.

Traduzione all'italiano


Tale la situazione - divisi i senatori da discordie, rosi dalla rabbia i vinti, privi di autorità i vincitori, nell’assenza di leggi e del principe in Roma - quando Muciano fece il suo ingresso nella città, avocando a sé tutti i poteri. Ne uscì disfatta la potenza di Antonio Primo e di Varo Arrio, per il risentimento di Muciano nei loro confronti, risentimento malamente dissimulato, benché nulla trasparisse dal volto. Ma la città, sensibile a percepire le tensioni, era passata tutta dalla sua parte: a lui solo riservava omaggi e festeggiamenti. Ed egli, sempre accompagnato da una scorta armata, col cambio incessante di residenza tra palazzi e giardini, col fasto del suo seguito, col modo di presentarsi, per le guardie alla sua porta, esercitava il potere di un principe, senza prenderne il nome. Diffuse un’immensa paura l’uccisione di Calpurnio Galeriano. Costui, figlio di Gaio Pisone, nulla aveva tramato; ma il nome illustre e il fascino della sua persona concentravano su di lui le chiacchiere del volgo e, in una città ancora in fermento, che amava discorrere di nuove soluzioni politiche, giravano voci infondate sulla sua aspirazione al principato. Per ordine di Muciano, venne prelevato da una scorta armata e, per evitare il clamore di una sua morte in Roma, fatto morire dissanguato in una località a una quarantina di miglia sulla via Appia. Giulio Prisco, prefetto delle coorti pretorie sotto Vitellio, si diede la morte per la vergogna, più che perché costrettovi. Alfeno Varo sopravvisse alla sua codardia e alla sua infamia. Asiatico, che era un liberto, espiò il suo malefico potere col supplizio degli schiavi.