Traduzione di Paragrafo 86, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Patrem illi ... Luceriam. Septimum et quinquagensimum aetatis annum explebat, consulatum, sacerdotia, nomen locumque inter primores nulla sua industria, sed cuncta patris claritudine adeptus. Principatum ei detulere qui ipsum non noverant: studia exercitus raro cuiquam bonis artibus quaesita perinde adfuere quam huic per ignaviam. Inerat tamen simplicitas ac liberalitas, quae, ni adsit modus, in exitium vertuntur. Amicitias dum magnitudine munerum, non constantia morum contineri putat, meruit magis quam habuit. Rei publicae haud dubie intererat Vitellium vinci, sed imputare perfidiam non possunt qui Vitellium Vespasiano prodidere, cum a Galba descivissent. Praecipiti in occasum die ob pavorem magistratuum senatorumque, qui dilapsi ex urbe aut per domos clientium semet occultabant, vocari senatus non potuit. Domitianum, postquam nihil hostile metuebatur, ad duces partium progressum et Caesarem consalutatum miles frequens utque erat in armis in paternos penatis deduxit

Traduzione all'italiano


Il padre [...] Luceria. Compiva allora cinquantasette anni. Consolato, sacerdozi e un nome e un rango fra le personalità più eminenti aveva avuto non per provate capacità personali, ma per il prestigio del padre. Gli fu conferito il principato da chi non lo conosceva. Le simpatie dell’esercito, che raramente si guadagnano con la capacità, le ottenne con l’indolenza. Aveva doti di ingenuità e di generosità, che, se non controllate, risultavano rovinose. Ritenendo che l’amicizia si assicura con grandezza di doni e non con la fermezza del carattere, ne acquistò molte, ma non le ebbe davvero. Non c’è dubbio che, per il bene dello stato, Vitellio doveva essere vinto, ma non possono farsi un merito del tradimento quelli che passarono da Vitellio a Vespasiano, perché già avevano abbandonato Galba. Scendeva rapida la sera e non fu possibile convocare il senato, per la paura che aveva invaso magistrati e senatori, i quali si erano volatilizzati da Roma e si tenevano nascosti in casa di clienti. Domiziano, poiché non v’erano più da temere ostilità, raggiunse i capi flaviani, dove, salutato col nome di Cesare, venne scortato da una folla di soldati ancora in armi alla casa del padre.