Traduzione di Paragrafo 84, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Plurimum molis in obpugnatione castrorum fuit, quae acerrimus quisque ut novissimam spem retinebant. Eo intentius victores, praecipuo veterum cohortium studio, cuncta validissimarum urbium excidiis reperta simul admovent, testudinem tormenta aggeres facesque, quidquid tot proeliis laboris ac periculi hausissent, opere illo consummari clamitantes. Urbem senatui ac populo Romano, templa dis reddita: proprium esse militis decus in castris: illam patriam, illos penatis. Ni statim recipiantur, noctem in armis agendam. Contra Vitelliani, quamquam numero fatoque dispares, inquietare victoriam, morari pacem, domos arasque cruore foedare suprema victis solacia amplectebantur. Multi semianimes super turris et propugnacula moenium expiravere: convulsis portis reliquus globus obtulit se victoribus, et cecidere omnes contrariis vulneribus, versi in hostem: ea cura etiam morientibus decori exitus fuit. Vitellius capta urbe per aversam Palatii partem Aventinum in domum uxoris sellula defertur, ut si diem latebra vitavisset, Tarracinam ad cohortis fratremque perfugeret. Dein mobilitate ingenii et, quae natura pavoris est, cum omnia metuenti praesentia maxime displicerent, in Palatium regreditur vastum desertumque, dilapsis etiam infimis servitiorum aut occursum eius declinantibus. Terret solitudo et tacentes loci; temptat clausa, inhorrescit vacuis; fessusque misero errore et pudenda latebra semet occultans ab Iulio Placido tribuno cohortis protrahitur. Vinctae pone tergum manus; laniata veste, foedum spectaculum, ducebatur, multis increpantibus, nullo inlacrimante: deformitas exitus misericordiam abstulerat. Obvius e Germanicis militibus Vitellium infesto ictu per iram, vel quo maturius ludibrio eximeret, an tribunum adpetierit, in incerto fuit: aurem tribuni amputavit ac statim confossus est.

Traduzione all'italiano


L’impresa più aspra fu la conquista del campo dei pretoriani, difeso dai più risoluti, come l’ultima speranza. Tanto più caparbio, specie per l’impegno profuso dalle coorti dei veterani, è l’accanimento dei vincitori, che dispiegano tutta l’attrezzatura inventata per la distruzione delle città, testuggini, catapulte, impalcature mobili e materiale incendiario. Intanto gridavano che quell’ultima impresa doveva por fine a fatiche e pericoli vissuti in tante battaglie; che avevano restituito la città al senato e al popolo romano, i templi agli dèi, ma che per i soldati il vero onore era sul campo: quella la patria, quelli i penati; che se non lo conquistavano subito, dovevano combattere ancora una notte. Ma i Vitelliani, dall’altra parte, sebbene impari di forze e di fortuna, turbavano la vittoria, ritardavano la pace, lordavano di sangue case e altari, si aggrappavano all’ultima disperata consolazione dei vinti. Molti, feriti a morte, spiravano sulle torri e sui bastioni delle mura; e quando le porte furono schiantate, l’ultimo pugno affrontò i vincitori e caddero tutti colpiti nel petto, faccia volta al nemico: così vollero, anche di fronte alla morte, salvare il loro onore. Caduta la città, Vitellio si fa portare in lettiga, per un’uscita posteriore del Palazzo, sull’Aventino, in casa della moglie, contando, se fosse riuscito a superare, nascosto, quel giorno, di rifugiarsi a Terracina presso le coorti e il fratello. Ma poi, volubile per natura, con un gesto tipicamente dettato dalla paura, quando, in una situazione disperata, riesce insopportabile la presente, torna nel Palazzo vuoto e abbandonato, perché anche gli schiavi più infimi si erano dileguati o evitavano di incontrarlo. La solitudine e il silenzio lo agghiacciano. Apre le stanze chiuse e davanti al vuoto rabbrividisce. Infine, stanco di quel miserabile vagare, si infila in un indecoroso stanzino, da dove lo tira fuori il tribuno d’una coorte, Giulio Placido. Le mani legate dietro la schiena, le vesti strappate, viene trascinato - sconcio spettacolo - tra le imprecazioni di molti e il compianto di nessuno: la disgustosa bassezza di quella fine aveva soffocato la pietà. Gli si para davanti un soldato germanico e vibra un colpo: per ira o per sottrarlo, più presto, al ludibrio, o volendo colpire il tribuno, non si sa. Troncò netto un orecchio al tribuno e venne trafitto all’istante.