Traduzione di Paragrafo 75, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Hic exitus viri haud sane spernendi. Quinque et triginta stipendia in re publica fecerat, domi militiaeque clarus. Innocentiam iustitiamque eius non argueres; sermonis nimius erat: id unum septem annis quibus Moesiam, duodecim quibus praefecturam urbis obtinuit, calumniatus est rumor. In fine vitae alii segnem, multi moderatum et civium sanguinis parcum credidere. Quod inter omnis constiterit, ante principatum Vespasiani decus domus penes Sabinum erat. Caedem eius laetam fuisse Muciano accepimus. Ferebant plerique etiam paci consultum dirempta aemulatione inter duos, quorum alter se fratrem imperatoris, alter consortem imperii cogitaret. Sed Vitellius consulis supplicium poscenti populo restitit, placatus ac velut vicem reddens, quod interrogantibus quis Capitolium incendisset, se reum Atticus obtulerat eaque confessione, sive aptum tempori mendacium fuit, invidiam crimenque agnovisse et a partibus Vitellii amolitus videbatur.

Traduzione all'italiano


Questa la fine di un uomo certo non spregevole. Aveva servito lo stato per trentacinque anni, acquistando fama in pace e in guerra. Inappuntabile il suo disinteresse e il senso della giustizia; il solo difetto, riscontrato dalla voce pubblica in sette anni di governo della Mesia e nei dodici in cui fu prefetto di Roma, la verbosità. Nell’ultimo tempo della sua vita alcuni lo giudicarono debole, molti un moderato, restio a versare il sangue dei cittadini. Comunque opinione concorde è che, prima del principato di Vespasiano, il prestigio della famiglia dipendesse da Sabino. Risulta che della sua uccisione se ne rallegrasse Muciano. Era valutazione abbastanza diffusa, che essa avesse giovato alla pace, per aver sgombrato il campo dalla rivalità fra i due, perché uno si riteneva fratello dell’imperatore e l’altro associato all’impero. Quanto al console, Vitellio si oppose al popolo, che ne chiedeva la testa, perché era caduta l’ostilità verso di lui e, in un certo senso, per gratitudine: sottoposto infatti a domande su chi avesse incendiato il Campidoglio, Attico se ne assunse la responsabilità e quindi, con questa ammissione (o piuttosto menzogna dettata dalle circostanze), sembrava essersi addossato l’odiosità di quel crimine, liberandone la parte vitelliana.