Traduzione di Paragrafo 72, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Id facinus post conditam urbem luctuosissimum foedissimumque rei publicae populi Romani accidit, nullo externo hoste, propitiis, si per mores nostros liceret, deis, sedem Iovis Optimi Maximi auspicato a maioribus pignus imperii conditam, quam non Porsenna dedita urbe neque Galli capta temerare potuissent, furore principum excindi. Arserat et ante Capitolium civili bello, sed fraude privata: nunc palam obsessum, palam incensum, quibus armorum causis? Quo tantae cladis pretio stetit? Pro patria bellavimus? Voverat Tarquinius Priscus rex bello Sabino, ieceratque fundamenta spe magis futurae magnitudinis quam quo modicae adhuc populi Romani res sufficerent. Mox Servius Tullius sociorum studio, dein Tarquinius Superbus capta Suessa Pometia hostium spoliis extruxere. Sed gloria operis libertati reservata: pulsis regibus Horatius Pulvillus iterum consul dedicavit ea magnificentia quam immensae postea populi Romani opes ornarent potius quam augerent. Isdem rursus vestigiis situm est, postquam interiecto quadringentorum quindecim annorum spatio L. Scipione C. Norbano consulibus flagraverat. Curam victor Sulla suscepit, neque tamen dedicavit: hoc solum felicitati eius negatum. Lutatii Catuli nomen inter tanta Caesarum opera usque ad Vitellium mansit. Ea tunc aedes cremabatur.

Traduzione all'italiano


Dalla fondazione della città, fu l’evento più funesto e orribile toccato allo stato e al popolo romano. Accadde che, senza la presenza di un nemico esterno, sotto lo sguardo di dèi disposti a esserci propizi, se i nostri costumi l’avessero meritato, la sede di Giove Ottimo Massimo, innalzata coi rituali auspici dagli antenati quale pegno dell’impero, quella sede che né Porsenna dopo la resa della città, né i Galli dopo la conquista di essa, avevano potuto profanare, fosse annientata dal furore dei prìncipi di Roma. Già in precedenza il Campidoglio era bruciato una volta durante una guerra civile, ma per criminale attentato di privati; ora, invece, preso d’assedio sotto gli occhi di tutti e sotto gli occhi di tutti incendiato. E perché han preso le armi? E quale il profitto di tanta sciagura? Com’è evidente, si è combattuto per la patria. L’aveva promesso il re Tarquinio Prisco, al tempo della guerra sabina, e ne aveva poi gettato le fondamenta, pensando più alla grandezza futura di Roma che in rapporto alle risorse ancora modeste del suo popolo. In seguito Servio Tullio, col contributo degli alleati, e, dopo la conquista di Suessa Pomezia, Tarquinio il Superbo, con le spoglie tolte al nemico, innalzarono l’edificio. Ma la gloria di completare l’opera venne riservata al tempo della libertà: cacciati i re, Orazio Pulvillo, nel suo secondo consolato, lo consacrò con tale magnificenza che in seguito le immense ricchezze del popolo romano valsero a ornarlo, non a renderlo più grande. Quando, dopo un intervallo di quattrocentoquindici anni, fu incendiato sotto i consoli Lucio Scipione e Gaio Norbano, risorse sulle stesse fondamenta. Ne curò la ricostruzione il vincitore Silla, ma non arrivò a vederlo consacrato: fu la sola soddisfazione negatagli dalla sua fortuna. Fra tanti lavori di abbellimento voluti dai Cesari, rimase l’iscrizione col nome di Lutazio Catulo fino a Vitellio. Questo il tempio che allora stava bruciando.