Traduzione di Paragrafo 70, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Luce prima Sabinus, antequam in vicem hostilia coeptarent, Cornelium Martialem e primipilaribus ad Vitellium misit cum mandatis et questu quod pacta turbarentur: simulationem prorsus et imaginem deponendi imperii fuisse ad decipiendos tot inlustris viros. Cur enim e rostris fratris domum, imminentem foro et inritandis hominum oculis, quam Aventinum et penatis uxoris petisset? Ita privato et omnem principatus speciem vitanti convenisse. Contra Vitellium in Palatium, in ipsam imperii arcem regressum; inde armatum agmen emissum, stratam innocentium caedibus celeberrimam urbis partem, ne Capitolio quidem abstineri. Togatum nempe se et unum e senatoribus: dum inter Vespasianum ac Vitellium proeliis legionum, captivitatibus urbium, deditionibus cohortium iudicatur, iam Hispaniis Germaniisque et Britannia desciscentibus, fratrem Vespasiani mansisse in fide, donec ultro ad condiciones vocaretur. Pacem et concordiam victis utilia, victoribus tantum pulchra esse. Si conventionis paeniteat, non se, quem perfidia deceperit, ferro peteret, non filium Vespasiani vix puberem—quantum occisis uno sene et uno iuvene profici?—: iret obviam legionibus et de summa rerum illic certaret: cetera secundum eventum proelii cessura. Trepidus ad haec Vitellius pauca purgandi sui causa respondit, culpam in militem conferens, cuius nimio ardori imparem esse modestiam suam; et monuit Martialem ut per secretam aedium partem occulte abiret, ne a militibus internuntius invisae pacis interficeretur: ipse neque iubendi neque vetandi potens non iam imperator sed tantum belli causa erat.

Traduzione all'italiano


All’alba, Sabino, prima che iniziassero le reciproche ostilità, inviò a Vitellio il centurione primipilare Cornelio Marziale con l’istruzione di presentare una protesta per il mancato rispetto dei patti: lamentava che l’inscenata deposizione del potere avesse ingannato tante autorevoli personalità. Perché infatti dai rostri s’era avviato alla casa del fratello, affacciata sul foro, in modo da attirare gli sguardi di tutti, invece di andare alla casa della moglie sull’Aventino? Questo doveva fare, se si riteneva un privato, deciso a evitare ogni parvenza di potere. Invece Vitellio era tornato al Palazzo, nella rocca del comando, e da lì aveva sguinzagliato reparti in armi, sì che la parte più affollata di Roma s’era coperta di cadaveri di cittadini innocenti e ora neanche il Campidoglio era risparmiato. Lui, Sabino, altro non era che un pacifico cittadino e un semplice senatore. Mentre si decideva la partita tra Vespasiano e Vitellio tra scontri di legioni, conquiste di città e la resa di coorti, quando già le Spagne, le Gallie, le Germanie e la Britannia l’avevano abbandonato, il fratello di Vespasiano era rimasto fedele al principe, finché, e non per sua iniziativa, s’era visto chiamare a una trattativa. La pace e la concordia sono utili ai vinti, per i vincitori non più che un vanto. Ma se l’accordo non gli stava più bene, non contro di lui, perfidamente ingannato, doveva rivolgere le armi, non contro il figlio di Vespasiano ch’era poco più di un ragazzo: a che gli serviva uccidere un vecchio e un ragazzo? Muovesse invece contro le legioni e lì combattesse per l’impero: il resto sarebbe dipeso dall’esito della battaglia. Smarrito di fronte a ciò, Vitellio spiccò poche parole di giustificazione, scaricando ogni colpa sui soldati, la cui eccessiva impulsività contrastava col suo senso di moderazione, e raccomandò a Marziale di andarsene di nascosto per un passaggio segreto, perché i soldati non l’uccidessero quale intermediario di una pace non gradita. Non era più in grado quell’uomo né di comandare né di vietare: non più imperatore, ma soltanto, ormai, causa della guerra.