Traduzione di Paragrafo 58, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Quae ubi Vitellio cognita, parte copiarum Narniae cum praefectis praetorii relicta L. Vitellium fratrem cum sex cohortibus et quingentis equitibus ingruenti per Campaniam bello opposuit. Ipse aeger animi studiis militum et clamoribus populi arma poscentis refovebatur, dum vulgus ignavum et nihil ultra verba ausurum falsa specie exercitum et legiones appellat. Hortantibus libertis (nam amicorum eius quanto quis clarior, minus fidus) vocari tribus iubet, dantis nomina sacramento adigit. Superfluente multitudine curam dilectus in consules partitur; servorum numerum et pondus argenti senatoribus indicit. Equites Romani obtulere operam pecuniasque, etiam libertinis idem munus ultro flagitantibus. Ea simulatio officii a metu profecta verterat in favorem; ac plerique haud proinde Vitellium quam casum locumque principatus miserabantur. Nec deerat ipse vultu voce lacrimis misericordiam elicere, largus promissis, et quae natura trepidantium est, immodicus. Quin et Caesarem se dici voluit, aspernatus antea, sed tunc superstitione nominis, et quia in metu consilia prudentium et vulgi rumor iuxta audiuntur. Ceterum ut omnia inconsulti impetus coepta initiis valida spatio languescunt, dilabi paulatim senatores equitesque, primo cunctanter et ubi ipse non aderat, mox contemptim et sine discrimine donec Vitellius pudore inriti conatus quae non dabantur remisit.

Traduzione all'italiano


Quando Vitellio seppe di questi fatti, lasciata a Narni una parte delle truppe coi prefetti del pretorio, inviò il fratello Lucio Vitellio con sei coorti e cinquecento cavalieri a fronteggiare la guerra che lo minacciava dalla parte della Campania. Nella sua depressione lo confortavano le simpatie dei soldati e il vociare del popolo che chiedeva armi, e intanto, come in un miraggio, chiamava esercito e legioni una massa di vili, valenti solo a parole. Dietro suggerimento dei liberti (perché dei suoi amici, i più illustri erano i meno fidati), ordina di convocare le tribù e fa giurare in suo nome i giovani che si presentavano per l’arruolamento. Ma, poiché il loro numero era sovrabbondante, divide fra i consoli il compito della selezione e impone ai senatori la consegna di un determinato numero di servi e di una certa quantità di argento. I cavalieri romani offrono la loro disponibilità e denaro, e un’analoga spontanea offerta fanno i liberti. Questo falso interessamento, originato dalla paura, lo interpretava come reale simpatia; e intanto i più provavano pena, non tanto per la persona di Vitellio, quanto per il basso livello in cui era scaduto il principato. Strappavano compassione il volto, la voce, le lacrime di Vitellio, prodigo di promesse e - tipico in chi è in preda alla paura - perfino eccessivo. Volle anzi essere chiamato Cesare, titolo prima rifiutato, ma ora affascinato dalla superstizione di quel nome e perché, nel momento della paura, hanno eguale credito i consigli dei saggi e le chiacchiere del volgo. Ma intanto (come tutte le scelte precipitose che, se reggono all’inizio, col tempo si rivelano inconsistenti) a poco a poco senatori e cavalieri si tiravano indietro, dapprima con qualche scrupolo e in sua assenza, poi sfacciatamente e senza riguardo alla sua presenza, fino a che Vitellio, per coprire lo scorno di quel tentativo fallito, rinunciò a ciò che non gli veniva dato.