Traduzione di Paragrafo 56, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Contionanti —prodigiosum dictu— tantum foedarum volucrum supervolitavit ut nube atra diem obtenderent. Accessit dirum omen, profugus altaribus taurus disiecto sacrificii apparatu, longe, nec ut feriri hostias mos est, confossus. Sed praecipuum ipse Vitellius ostentum erat, ignarus militiae, improvidus consilii, quis ordo agminis, quae cura explorandi, quantus urgendo trahendove bello modus, alios rogitans et ad omnis nuntios vultu quoque et incessu trepidus, dein temulentus. Postremo taedio castrorum et audita defectione Misenensis classis Romam revertit, recentissimum quodque vulnus pavens, summi discriminis incuriosus. Nam cum transgredi Appenninum integro exercitus sui robore et fessos hieme atque inopia hostis adgredi in aperto foret, dum dispergit viris, acerrimum militem et usque in extrema obstinatum trucidandum capiendumque tradidit, peritissimis centurionum dissentientibus et, si consulerentur, vera dicturis. Arcuere eos intimi amicorum Vitellii, ita formatis principis auribus ut aspera quae utilia, nec quidquam nisi iucundum et laesurum acciperet.

Traduzione all'italiano


Mentre parlava all’esercito, si spiegò sopra di lui, raccapricciante prodigio, un volo di uccelli di malaugurio così fitto da oscurare in una nera nube la luce del sole. S’aggiunse un altro funestro presagio: un toro, scompigliando i preparativi del sacrificio, fuggì dall’altare e fu sgozzato lontano, un modo, per le vittime, non rituale. Ma il più clamoroso portento era Vitellio in persona: incompetente di guerra, incapace d’una decisione, ridotto a chiedere ad altri, continuamente, consigli sull’ordine di marcia, sui servizi di ricognizione, sui modi di affrettare o ritardare la guerra, lasciava trasparire, a ogni notizia, il panico anche dal volto e dall’andatura, e poi si rifugiava nel vino. Da ultimo, disgustato del campo e conosciuta la defezione della flotta del Miseno, ritornò a Roma, raggelato dalla paura a ogni nuovo colpo, ma incapace di pensare al pericolo definitivo. Infatti, mentre gli si offriva la facile occasione di valicare l’Appennino con tutto il peso del suo esercito fresco e piombare sui nemici stremati dall’inverno e dalla fame, sparpaglia le sue forze ed espone al massacro o alla cattura soldati combattivi e risoluti a lottare fino alla morte, e ciò fra il dissenso dei centurioni di più solida esperienza militare, disposti ad aprirgli gli occhi, se li avesse consultati. Li tennero lontani gli amici intimi di Vitellio, le cui orecchie rifiutavano come sgradevoli i consigli utili, pronte invece ad accettare solo quelli piacevoli, anche se rovinosi.