Traduzione di Paragrafo 54, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


At Vitellius fractis apud Cremonam rebus nuntios cladis occultans stulta dissimulatione remedia potius malorum quam mala differebat. Quippe confitenti consultantique supererant spes viresque: cum e contrario laeta omnia fingeret, falsis ingravescebat. Mirum apud ipsum de bello silentium; prohibiti per civitatem sermones, eoque plures ac, si liceret, vere narraturi, quia vetabantur, atrociora vulgaverant. Nec duces hostium augendae famae deerant, captos Vitellii exploratores circumductosque, ut robora victoris exercitus noscerent, remittendo; quos omnis Vitellius secreto percontatus interfici iussit. Notabili constantia centurio Iulius Agrestis post multos sermones, quibus Vitellium ad virtutem frustra accendebat, perpulit ut ad viris hostium spectandas quaeque apud Cremonam acta forent ipse mitteretur. Nec exploratione occulta fallere Antonium temptavit, sed mandata imperatoris suumque animum professus, ut cuncta viseret postulat. Missi qui locum proelii, Cremonae vestigia, captas legiones ostenderent. Agrestis ad Vitellium remeavit abnuentique vera esse quae adferret, atque ultro corruptum arguenti 'quando quidem' inquit 'magno documento opus est, nec alius iam tibi aut vitae aut mortis meae usus, dabo cui credas.' atque ita digressus voluntaria morte dicta firmavit. Quidam iussu Vitellii interfectum, de fide constantiaque eadem tradidere.

Traduzione all'italiano


Intanto Vitellio, dopo il disastro di Cremona, teneva nascosta la notizia della sconfitta e con stolta dissimulazione allontanava i rimedi del male, non il male in sé. E dire che ad ammettere i fatti e a prendere le necessarie decisioni restavano ancora speranze e risorse; fingendo, invece, che tutto andasse bene, aggravava, con mistificazioni, la realtà. Attorno a lui uno stupefacente silenzio sulla guerra: vietato parlarne in città, con l’effetto di moltiplicarne i discorsi e con l’aggravante che, mentre, permettendolo, si sarebbe raccontata la verità, il fatto stesso di impedirlo, faceva circolare cupe esagerazioni. I capi della parte avversa facevano di tutto per ingigantire le notizie, rispedendo indietro gli informatori catturati di Vitellio, dopo aver fatto loro ampiamente constatare la forza reale dell’esercito vittorioso; ma Vitellio, ascoltate a porte chiuse le loro relazioni, ordinò di ucciderli. Merita un ricordo la fermezza del centurione Giulio Agreste che, dopo ripetuti colloqui, in cui aveva inutilmente cercato di spronare Vitellio a un comportamento virile, gli strappò il permesso di andare a constatare di persona le forze nemiche e che cosa fosse davvero successo a Cremona. Non tentò un’esplorazione segreta sfuggendo ad Antonio, ma, dichiarando apertamente l’incarico ricevuto dall’imperatore e la propria intenzione, gli chiese il permesso di prendere visione di ogni cosa. Al centurione vennero assegnati degli accompagnatori, che gli mostrassero il luogo della battaglia, le rovine di Cremona, le legioni catturate. Agreste tornò da Vitellio, ma, poiché questi si rifiutava di credere, accusandolo anzi di essersi lasciato corrompere, gli disse: “Poiché hai bisogno di una testimonianza decisiva e né la mia vita né la mia morte possono esserti di altra utilità, ti darò la prova a cui non potrai non credere”. Si allontanò e mise a suggello delle sue parole la morte, che volle darsi. Altri autori dicono che sia stato fatto uccidere da Vitellio, ma sulla sua lealtà e fermezza c’è concordanza assoluta.