Traduzione di Paragrafo 53, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Aegre id pati Antonius et culpam in Mucianum conferre, cuius criminationibus eviluissent pericula sua; nec sermonibus temperabat, immodicus lingua et obsequii insolens. Litteras ad Vespasianum composuit iactantius quam ad principem, nec sine occulta in Mucianum insectatione: se Pannonicas legiones in arma egisse; suis stimulis excitos Moesiae duces, sua constantia perruptas Alpis, occupatam Italiam, intersepta Germanorum Raetorumque auxilia. Quod discordis dispersasque Vitellii legiones equestri procella, mox peditum vi per diem noctemque fudisset, id pulcherrimum et sui operis. Casum Cremonae bello imputandum: maiore damno, plurium urbium excidiis veteres civium discordias rei publicae stetisse. Non se nuntiis neque epistulis, sed manu et armis imperatori suo militare; neque officere gloriae eorum qui Daciam interim composuerint: illis Moesiae pacem, sibi salutem securitatemque Italiae cordi fuisse; suis exhortationibus Gallias Hispaniasque, validissimam terrarum partem, ad Vespasianum conversas. Sed cecidisse in inritum labores si praemia periculorum soli adsequantur qui periculis non adfuerint. Nec fefellere ea Mucianum; inde graves simultates, quas Antonius simplicius, Mucianus callide eoque implacabilius nutriebat.

Traduzione all'italiano


Non era Antonio tipo da sopportare ciò e gettava la colpa su Muciano, per le cui calunniose insinuazioni si vedeva ridimensionato il merito dei pericoli affrontati; ma troppo libero di lingua e disabituato al rispetto, non misurava le parole. Scrisse a Vespasiano una lettera in termini troppo altezzosamente autocelebrativi, per essere indirizzata a un principe e non senza mascherati attacchi a Muciano: lui aveva spinto gli eserciti della Pannonia alle armi; solo per le sue pressioni s’erano mossi i comandanti della Mesia; c’era voluta la sua tenacia per valicare le Alpi di Pannonia, occupare l’Italia e sbarrare la strada agli aiuti della Germania e della Rezia. E, se aveva travolto le legioni di Vitellio, nel momento in cui erano discordi e disunite, col turbine della cavalleria prima e poi con l’attacco, durato un giorno e una notte, della fanteria, questa era opera sua, e splendida. La triste sorte di Cremona, per lui, era imputabile alla guerra: ben altri danni e distruzioni di ben più numerose città erano costate allo stato le vecchie guerre civili. Non con informatori e messaggi lui serviva il suo imperatore, ma impugnando le armi. Senza sminuire la gloria di chi aveva raddrizzato la situazione in Dacia, quelli avevano avuto a cuore la pace della Mesia, lui la salvezza e la sicurezza dell’Italia; e se le Gallie e le Spagne, aree di importanza fondamentale, erano passate a Vespasiano, lo si doveva alle sue sollecitazioni. Ma tutte le sue fatiche cadevano nel nulla, se il premio dei rischi andava a chi non vi aveva partecipato. Muciano intese dove andavano a parare questi colpi; di qui aspre inimicizie, vissute con maggiore franchezza da Antonio, scaltramente covate invece, e con tanta maggiore inesorabilità, da Muciano.