Traduzione di Paragrafo 50, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Ceterum propinqua hieme et umentibus Pado campis expeditum agmen incedere. Signa aquilaeque victricium legionum, milites vulneribus aut aetate graves, plerique etiam integri Veronae relicti: sufficere cohortes alaeque et e legionibus lecti profligato iam bello videbantur. Undecima legio sese adiunxerat, initio cunctata, sed prosperis rebus anxia quod defuisset; sex milia Dalmatarum, recens dilectus, comitabantur; ducebat Pompeius Silvanus consularis: vis consiliorum penes Annium Bassum legionis legatum. Is Silvanum socordem bello et dies rerum verbis terentem specie obsequii regebat ad omniaque quae agenda forent quieta cum industria aderat. Ad has copias e classicis Ravennatibus, legionariam militiam poscentibus, optimus quisque adsciti: classem Dalmatae supplevere. Exercitus ducesque ad Fanum Fortunae iter sistunt, de summa rerum cunctantes, quod motas ex urbe praetorias cohortis audierant et teneri praesidiis Appenninum rebantur; et ipsos in regione bello attrita inopia et seditiosae militum voces terrebant, clavarium (donativi nomen est) flagitantium. Nec pecuniam aut frumentum providerant, et festinatio atque aviditas praepediebant, dum quae accipi poterant rapiuntur.

Traduzione all'italiano


L’inverno era alle porte e il Po inondava i campi, per cui l’esercito si mise in marcia senza salmerie. Lasciò a Verona le legioni vittoriose con le insegne e le aquile, i soldati feriti o anziani e molti soldati in perfetta efficienza: considerando ormai conclusa la guerra, gli parvero bastanti le coorti e la cavalleria ausiliaria e alcuni reparti di legionari scelti. S’era aggiunta l’Undicesima legione, esitante all’inizio, ma dopo il successo preoccupata di non avervi preso parte; l’accompagnavano seimila Dalmati di leva recente, tutti al comando del legato consolare Pompeo Silvano, anche se a prendere le decisioni era Annio Basso, legato della legione. Questi, dietro un’apparente subalternità, guidava Silvano, privo di capacità militari e tendente a consumare i giorni dell’azione in chiacchiere, intervenendo con silenziosa efficienza dove bisognava agire. Antonio incorporò in queste truppe i migliori soldati della flotta di Ravenna, che chiedevano di servire nelle legioni: i Dalmati li rimpiazzarono nella flotta. Eserciti e comandanti si fermarono a Fano, incerti sulle mosse da compiere, per le notizie avute sugli spostamenti delle coorti pretoriane da Roma e pensando che i passi appenninici fossero bloccati da presidi; per di più preoccupavano i capi, in quella regione devastata dalla guerra, la mancanza di viveri e il fermento serpeggiante nei soldati che chiedevano il clavario, come chiamavano il donativo. Non avevano provveduto ad assicurarsi né denaro né frumento e li metteva in difficoltà l’impaziente avidità dei soldati, che arraffavano ciò che avrebbero potuto regolarmente ricevere.