Traduzione di Paragrafo 38, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Nota per eos dies Iunii Blaesi mors et famosa fuit, de qua sic accepimus. Gravi corporis morbo aeger Vitellius Servilianis hortis turrim vicino sitam conlucere per noctem crebris luminibus animadvertit. Sciscitanti causam apud Caecinam Tuscum epulari multos, praecipuum honore Iunium Blaesum nuntiatur; cetera in maius, de apparatu et solutis in lasciviam animis. Nec defuere qui ipsum Tuscum et alios, sed criminosius Blaesum incusarent, quod aegro principe laetos dies ageret. Ubi asperatum Vitellium et posse Blaesum perverti satis patuit iis qui principum offensas acriter speculantur, datae L. Vitellio delationis partes. Ille infensus Blaeso aemulatione prava, quod eum omni dedecore maculosum egregia fama anteibat, cubiculum imperatoris reserat, filium eius sinu complexus et genibus accidens. Causam confusionis quaerenti, non se proprio metu nec sui anxium, sed pro fratre, pro liberis fratris preces lacrimasque attulisse. Frustra Vespasianum timeri, quem tot Germanicae legiones, tot provinciae virtute ac fide, tantum denique terrarum ac maris immensis spatiis arceat: in urbe ac sinu cavendum hostem, Iunios Antoniosque avos iactantem, qui se stirpe imperatoria comem ac magnificum militibus ostentet. Versas illuc omnium mentis, dum Vitellius amicorum inimicorumque neglegens fovet aemulum principis labores e convivio prospectantem. Reddendam pro intempestiva laetitia maestam et funebrem noctem, qua sciat et sentiat vivere Vitellium et imperare et, si quid fato accidat, filium habere.

Traduzione all'italiano


In quei giorni si riseppe, e destò una risonanza enorme, della morte di Giunio Bleso, avvenuta, secondo la mia documentazione, in questo modo. Risiedeva Vitellio, colpito da grave indisposizione, negli orti serviliani, quando una notte vide brillare di mille luci un vicino palazzo. Ne chiede la ragione e gli riferiscono che Cecina Tusco dava un grande banchetto, con Giunio Bleso invitato d’onore, eagerando sulla magnificenza della festa e sulla cordiale allegria dei presenti. Non mancò chi s’incaricasse d’accusare Tusco e altri ancora, mirando subdolamente a Bleso, di spassarsela, mentre il principe stava male. Quando agli specialisti nel decifrare i malumori dei prìncipi apparve chiara l’esasperazione di Vitellio, garantitasi la possibilità di rovinare Bleso, affidarono a Lucio Vitellio la parte del delatore. Questi, spinto da bassa rivalità contro Bleso, perché lui, macchiato d’ogni vergogna, si sentiva scavalcato dal nome prestigioso di quello, piomba nella camera dell’imperatore, ne abbraccia il figlio e gli cade davanti in ginocchio. Alla domanda del perché di tanto turbamento, risponde che non teme per la propria persona, che non per sé è in ansia, ma reca preghiere e lacrime per il fratello, per i figli del fratello: non serviva temere Vespasiano, tenuto lontano da tante legioni germaniche, da tante province valorose e fedeli e, dopo tutto, da immensi spazi di terra e di mare; il nemico da temere s’annidava nel cuore di Roma, un nemico che aveva sempre sulla bocca i suoi avi, i Giunii e gli Antonii, un nemico che, vantando le sue origini imperiali, si presentava affabile e generoso agli occhi dei soldati. A lui tutti guardavano, e intanto Vitellio, senza distinguere tra amici e nemici, covava in seno un rivale, capace di guardare alle sofferenze del principe banchettando. Doveva pagare per quella gioia intempestiva con una mesta e funebre notte, perché sapesse e sentisse che Vitellio era vivo, che Vitellio reggeva l’impero e che, se anche qualcosa gli capitava per volere del fato, aveva un figlio.