Traduzione di Paragrafo 33, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Quadraginta armatorum milia inrupere, calonum lixarumque amplior numerus et in libidinem ac saevitiam corruptior. Non dignitas, non aetas protegebat quo minus stupra caedibus, caedes stupris miscerentur. Grandaevos senes, exacta aetate feminas, vilis ad praedam, in ludibrium trahebant: ubi adulta virgo aut quis forma conspicuus incidisset, vi manibusque rapientium divulsus ipsos postremo direptores in mutuam perniciem agebat. Dum pecuniam vel gravia auro templorum dona sibi quisque trahunt, maiore aliorum vi truncabantur. Quidam obvia aspernati verberibus tormentisque dominorum abdita scrutari, defossa eruere: faces in manibus, quas, ubi praedam egesserant, in vacuas domos et inania templa per lasciviam iaculabantur; utque exercitu vario linguis moribus, cui cives socii externi interessent, diversae cupidines et aliud cuique fas nec quicquam inlicitum. Per quadriduum Cremona suffecit. Cum omnia sacra profanaque in igne considerent, solum Mefitis templum stetit ante moenia, loco seu numine defensum.

Traduzione all'italiano


Si buttarono sulla città quarantamila uomini armati e un numero ancora più grande di inservienti e vivandieri, rotti a ogni libidine e crudeltà. Non la dignità sociale, non l’età potevano impedire che si consumasse la violenta catena di stupri e assassinii, di assassinii e di stupri. Vecchi carichi d’anni e donne ormai anziane, preda inservibile, vengono trascinati attorno quali oggetto di scherno; se s’imbattono in una fiorente ragazza o in un giovane grazioso, li straziano, contendendoseli con mani rapaci, per finire in risse mortali fra loro. Nell’atto di arraffare denaro o di portarsi via i doni d’oro massiccio dei templi, il predatore viene massacrato da altri più forti di lui. Taluni, sdegnando la preda bene in vista, picchiano e torturano, per farsi rivelare i nascondigli dai padroni di casa, e dissotterrano freneticamente le ricchezze celate sotto la terra: hanno in mano fiaccole accese che, arraffato il bottino, si divertono a gettare nelle case svuotate e nei templi spogliati. E in un esercito di lingua e costumi tanto diversi, miscuglio di cittadini alleati e stranieri, dirompono le passioni più disparate e tutto a tutti è permesso, l’illecito non esiste. Per quattro giorni Cremona bastò a questi orrori. E mentre il fuoco inghiottiva ogni cosa, sacra e non sacra, rimase in piedi il solo tempio della dea Mefite, che sorgeva davanti alle mura: lo difesero il luogo e la divinità.