Traduzione di Paragrafo 31, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Iam legiones in testudinem glomerabantur, et alii tela saxaque incutiebant, cum languescere paulatim Vitellianorum animi. Ut quis ordine anteibat, cedere fortunae, ne Cremona quoque excisa nulla ultra venia omnisque ira victoris non in vulgus inops, sed in tribunos centurionesque, ubi pretium caedis erat, reverteretur. Gregarius miles futuri socors et ignobilitate tutior perstabat: vagi per vias, in domibus abditi pacem ne tum quidem orabant, cum bellum posuissent. Primores castrorum nomen atque imagines Vitellii amoliuntur; catenas Caecinae (nam etiam tunc vinctus erat) exolvunt orantque ut causae suae deprecator adsistat. Aspernantem tumentemque lacrimis fatigant, extremum malorum, tot fortissimi viri proditoris opem invocantes; mox velamenta et infulas pro muris ostentant. Cum Antonius inhiberi tela iussisset, signa aquilasque extulere; maestum inermium agmen deiectis in terram oculis sequebatur. Circumstiterant victores et primo ingerebant probra, intentabant ictus: mox, ut praeberi ora contumeliis et posita omni ferocia cuncta victi patiebantur, subit recordatio illos esse qui nuper Bedriaci victoriae temperassent. Sed ubi Caecina praetexta lictoribusque insignis, dimota turba, consul incessit, exarsere victores: superbiam saevitiamque (adeo invisa scelera sunt), etiam perfidiam obiectabant. Obstitit Antonius datisque defensoribus ad Vespasianum dimisit.

Traduzione all'italiano


Già i legionari si raggruppavano per formare le testuggini e altri lanciavano dardi e sassi, quando lo scoraggiamento cominciò a serpeggiare tra i Vitelliani. I primi a disperare furono proprio gli ufficiali, timorosi che, caduta anche Cremona, non ci fosse più spazio per il perdono e che l’ira del vincitore si riversasse non sulla povera massa dei soldati semplici, ma su tribuni e centurioni, dalla cui morte c’era da ricavar profitto. Resistono i gregari, incuranti del futuro e protetti dal loro stesso anonimato; gli ufficiali, erranti per le strade o nascosti nelle case, non ancora chiedono pace, pur avendo già smesso di combattere. Quelli di grado più elevato, fanno sparire il nome e le insegne di Vitellio; tolgono le catene a Cecina, tuttora ai ferri, e lo pregano di intercedere per la loro causa. Quello rifiuta sprezzante, ed essi rinnovano le pressioni, piangendo. Tanti valorosi invocano l’aiuto di un traditore: è il fondo della vergogna. Poi fanno pendere dall’alto delle mura veli e bianche bende. Dopo l’ordine dato da Antonio di cessare le ostilità, portarono fuori le insegne e le aquile e seguiva tutta la triste colonna di soldati disarmati, lo sguardo fisso a terra. I vincitori, attorno, dapprima li insultano e alzano le mani, per colpirli. Ma al vedere che, senza reazione alcuna, subivano gli oltraggi e che, caduta ogni traccia di fierezza, tutto sopportavano i vinti, torna loro alla mente che sono quegli stessi che, vincitori poco prima a Bedriaco, avevano saputo contenersi nella vittoria. Ma quando Cecina, indossata solennemente la pretesta e circondato dai littori, che facevan largo tra la folla, comparve nel suo ruolo di console, esplose la rabbia dei vincitori; gli buttano in faccia la superbia, la ferocia (tanto odiosi sono i delitti) e anche il tradimento. Ma si frappose Antonio e lo inviò, sotto scorta, a Vespasiano.