Traduzione di Paragrafo 10, Libro 3 di Tacito

Versione originale in latino


Adventu deinde duarum legionum, e quibus tertiam Dillius Aponianus, octavam Numisius Lupus ducebant, ostentare viris et militari vallo Veronam circumdare placuit. Forte Galbianae legioni in adversa fronte valli opus cesserat, et visi procul sociorum equites vanam formidinem ut hostes fecere. Rapiuntur arma metu proditionis. Ira militum in Tampium Flavianum incubuit, nullo criminis argumento, sed iam pridem invisus turbine quodam ad exitium poscebatur: propinquum Vitellii, proditorem Othonis, interceptorem donativi clamitabant. Nec defensioni locus, quamquam supplicis manus tenderet, humi plerumque stratus, lacera veste, pectus atque ora singultu quatiens. Id ipsum apud infensos incitamentum erat, tamquam nimius pavor conscientiam argueret. Obturbabatur militum vocibus Aponius, cum loqui coeptaret; fremitu et clamore ceteros aspernantur. Uni Antonio apertae militum aures; namque et facundia aderat mulcendique vulgum artes et auctoritas. Ubi crudescere seditio et a conviciis ac probris ad tela et manus transibant, inici catenas Flaviano iubet. Sensit ludibrium miles, disiectisque qui tribunal tuebantur extrema vis parabatur. Opposuit sinum Antonius stricto ferro, aut militum se manibus aut suis moriturum obtestans, ut quemque notum et aliquo militari decore insignem aspexerat, ad ferendam opem nomine ciens. Mox conversus ad signa et bellorum deos, hostium potius exercitibus illum furorem, illam discordiam inicerent orabat, donec fatisceret seditio et extremo iam die sua quisque in tentoria dilaberentur. Profectus eadem nocte Flavianus obviis Vespasiani litteris discrimini exemptus est.

Traduzione all'italiano


Col successivo arrivo di due legioni, la Terza al comando di Dillio Aponiano e l’Ottava di Numisio Lupo, vennero decisi uno spiegamento dimostrativo di forze e la costruzione di fortificazioni militari attorno a Verona. Alla legione Galbiana era casualmente toccata la parte del lavoro di trinceramento che fronteggiava il nemico; l’avvistamento in lontananza della cavalleria alleata, scambiata per il nemico, produsse un panico infondato. Si afferrano le armi, nel timore di un tradimento. L’ira dei soldati ricadde su Tampio Flaviano. Nulla che ne provasse la colpa; ma, perché inviso da tempo, ne volevano la testa in un turbine di rabbia: gridavano ch’era parente di Vitellio, traditore di Otone e che s’era intascato il donativo. Impossibile per lui difendersi, benché tendesse supplice le mani e si prostrasse continuamente a terra, con le vesti strappate, il petto e il viso scossi dai singhiozzi. Anzi proprio il suo atteggiamento esaspera il furore e l’aggressività dei soldati, quasi che interpretassero come un rimorso la sua disperata paura. Tentò Aponio di parlare, ma veniva sommerso dalle grida dei soldati; rifiutano di ascoltare gli altri capi con urla minacciose. Solo ad Antonio prestavano orecchio i soldati, perché era un facondo oratore e non gli mancavano l’arte e l’autorità per placare la massa. Ma di fronte all’aggravarsi della sommossa, poiché dagli insulti e dagli improperi si stava passando alle armi e alle vie di fatto, ordina di mettere Flaviano in catene. Capirono d’esser giocati i soldati e, spazzata via la guardia attorno alla tribuna, si preparavano alle estreme violenze. Si oppose allora Antonio col proprio petto, impugnando la spada, e giurava di voler piuttosto morire o per mano dei soldati o sua propria, e intanto sollecitava l’aiuto, chiamandoli per nome, di quanti riconosceva o vedeva fregiati di decorazioni militari. Poi, rivolto alle insegne e agli dèi della guerra, li pregava di istillare invece quella violenza e quella discordia fra gli eserciti nemici. Così, finché la sommossa andò spegnendosi, e tutti, calata intanto la sera, scivolarono nelle proprie tende. Flaviano partì quella stessa notte, lo raggiunse lungo il percorso una lettera di Vespasiano e scampò al pericolo.