Traduzione di Paragrafo 86, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Prodigia insuper terrebant diversis auctoribus vulgata: investibulo Capitolii omissas habenas bigae, cui Victoria institerat, erupisse cella Iunonis maiorem humana speciem, statuam divi Iulii in insula Tiberini amnis sereno et immoto die ab occidente in orientem conversam, prolocutum in Etruria bovem, insolitos animalium partus, et plura alia rudibus saeculis etiam in pace observata, quae nunc tantum in metu audiuntur. Sed praecipuus et cum praesenti exitio etiam futuri pavor subita inundatione Tiberis, qui immenso auctu proruto ponte sublicio ac strage obstantis molis refusus, non modo iacentia et plana urbis loca, sed secura eius modi casuum implevit: rapti e publico plerique, plures in tabernis et cubilibus intercepti. Fames in vulgus inopia quaestus et penuria alimentorum. Corrupta stagnantibus aquis insularum fundamenta, dein remeante flumine dilapsa. Utque primum vacuus a periculo animus fuit, id ipsum quod paranti expeditionem Othoni campus Martius et via Flaminia iter belli esset obstructum fortuitis vel naturalibus causis in prodigium et omen imminentium cladium vertebatur.

Traduzione all'italiano


Ad accrescere lo spavento, circolavano, con varia provenienza, voci di avvenimenti prodigiosi: nel vestibolo del Campidoglio, la Vittoria sulla biga s'era lasciata sfuggire le redini; un fantasma di proporzioni superiori alle umane era sbucato dalla cella di Giunone; la statua del divo Giulio, innalzata nell'isola Tiberina, s'era girata, in un giorno sereno e senza vento, da occidente a oriente; un bue, in Etruria, aveva pronunciato parola; e si parlava di animali con parti mostruosi e di tante altre meraviglie, cui si dava credito, nei rozzi secoli passati, anche in tempo di pace, ma adesso vi si presta orecchio solo nei momenti di paura. Ma il panico più tremendo, di fronte alla devastazione presente e nel pensiero del futuro, venne dall'improvvisa inondazione del Tevere che, ingrossatosi a dismisura, spazzò via il ponte Sublicio e, straripando per l'enorme ingombro delle macerie crollate, si riversò, oltre che sulle zone basse e piane della città, anche su quelle che parevano al sicuro da simili disastri. Molti furono travolti dalla piena per le strade e ancora di più sorpresi nelle botteghe o a letto nelle case. Il popolo patì la fame per mancanza di guadagni e scarsezza di viveri. Furono poi danneggiati dalle acque stagnanti i basamenti di interi isolati, che rovinarono al ritirarsi della piena. E allorché, passato il pericolo, si cominciò a respirare, il semplice fatto che il Campo Marzio e la via Flaminia, passaggio obbligato per la guerra cui Otone s'apprestava a partire, fossero ostruiti per cause fortuite e naturali, venne inteso quale altro prodigio e segno di disastri incombenti.