Traduzione di Paragrafo 82, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Militum impetus ne foribus quidem Palatii coercitus quo minus convivium inrumperent, ostendi sibi Othonem expostulantes, vulnerato Iulio Martiale tribuno et Vitellio Saturnino praefecto legionis, dum ruentibus obsistunt. Undique arma et minae, modo in centuriones tribunosque, modo in senatum universum, lymphatis caeco pavore animis, et quia neminem unum destinare irae poterant, licentiam in omnis poscentibus, donec Otho contra decus imperii toro insistens precibus et lacrimis aegre cohibuit, redieruntque in castra inviti neque innocentes. Postera die velut capta urbe clausae domus, rarus per vias populus, maesta plebs; deiecti in terram militum vultus ac plus tristitiae quam paenitentiae. Manipulatim adlocuti sunt Licinius Proculus et Plotius Firmus praefecti, ex suo quisque ingenio mitius aut horridius. Finis sermonis in eo ut quina milia nummum singulis militibus numerarentur: tum Otho ingredi castra ausus. Atque illum tribuni centurionesque circumsistunt, abiectis militiae insignibus otium et salutem flagitantes. Sensit invidiam miles et compositus in obsequium auctores seditionis ad supplicium ultro postulabat.

Traduzione all'italiano


La furia dei soldati non si arrestò neppure alle porte del Palazzo. Irruppero nella sala del convito, reclamando di vedere Otone, dopo essersi lasciati dietro il tribuno Giunio Marziale e il prefetto di legione Vitellio Saturnino feriti nel tentativo di arginarne l'irruzione. Ovunque armi e minacce, ora contro i centurioni e i tribuni, ora contro l'intero senato: in preda a un cieco smarrimento per non avere nessuno in particolare su cui scaricare la collera, pretendono mano libera contro tutti. Infine Otone, salito, contro la dignità del suo rango, in piedi su un triclinio, tra preghiere e lacrime, riuscì, e a fatica, a frenarli; tornarono allora i soldati al campo di malumore e non innocenti. Il giorno seguente, come in una città conquistata, erano sbarrate le case, pressoché deserte le strade, mesta la plebe: i soldati tenevano chino lo sguardo a terra, più scontenti che pentiti. I prefetti del pretorio Licinio Proculo e Plozio Firmo parlarono loro, manipolo per manipolo, con tono o indulgente o aspro, ciascuno secondo il proprio carattere. La conclusione del discorso fu che si sarebbero versati ai soldati cinquemila sesterzi a testa: solo allora Otone osò entrare nel campo. Gli si accalcano attorno tribuni e centurioni che, gettate le insegne del grado, chiedono il congedo per aver salva la vita. Compresero i soldati l'odiosità del loro gesto e, disposti a ubbidire, furono loro a chiedere la punizione dei maggiori responsabili della sedizione.