Traduzione di Paragrafo 79, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Conversis ad civile bellum animis externa sine cura habebantur. Eo audentius Rhoxolani, Sarmatica gens, priore hieme caesis duabus cohortibus, magna spe Moesiam inruperant, ad novem milia equitum, ex ferocia et successu praedae magis quam pugnae intenta. Igitur vagos et incuriosos tertia legio adiunctis auxiliis repente invasit. Apud Romanos omnia proelio apta: Sarmatae dispersi aut cupidine praedae graves onere sarcinarum et lubrico itinerum adempta equorum pernicitate velut vincti caedebantur. Namque mirum dictu ut sit omnis Sarmatarum virtus velut extra ipsos. Nihil ad pedestrem pugnam tam ignavum: ubi per turmas advenere vix ulla acies obstiterit. Sed tum umido die et soluto gelu neque conti neque gladii, quos praelongos utraque manu regunt, usui, lapsantibus equis et catafractarum pondere. Id principibus et nobilissimo cuique tegimen, ferreis lamminis aut praeduro corio consertum, ut adversus ictus impenetrabile ita impetu hostium provolutis inhabile ad resurgendum; simul altitudine et mollitia nivis hauriebantur. Romanus miles facilis lorica et missili pilo aut lanceis adsultans, ubi res posceret, levi gladio inermem Sarmatam (neque enim scuto defendi mos est) comminus fodiebat, donec pauci qui proelio superfuerant paludibus abderentur. Ibi saevitia hiemis aut vulnerum absumpti. Postquam id Romae compertum, M. Aponius Moesiam obtinens triumphali statua, Fulvus Aurelius et Iulianus Tettius ac Numisius Lupus, legati legionum, consularibus ornamentis donantur, laeto Othone et gloriam in se trahente, tamquam et ipse felix bello et suis ducibus suisque exercitibus rem publicam auxisset.

Traduzione all'italiano


Tesi gli animi alla guerra civile, nessuno si curava dei pericoli esterni. Perciò i Rossolani, un popolo sarmato, responsabile della distruzione, nel precedente inverno, di due coorti, osando di più, avevano invaso, con circa novemila cavalieri e buone prospettive di successo, la Mesia: puntavano, da barbari feroci inebriati di successo, più alla preda che allo scontro militare. Ma fu loro addosso la Terza legione, appoggiata da ausiliari, che li colse sparsi, senza precauzioni. I Romani s'erano scrupolosamente preparati al combattimento, sicché i Sarmati, dispersi o intenti al saccheggio, appesantiti dal bottino e non potendo contare, con un terreno scivoloso, sulla velocità dei loro cavalli, cadevano sotto i colpi quasi fossero avvinti da catene. In realtà stupisce come tutto il valore dei Sarmati sia, diremmo, esterno alle loro singole persone: militarmente inconsistenti negli scontri a terra, non c'è, si può dire, esercito capace di reggere all'urto delle loro cariche di cavalleria. Ma in quella giornata di pioggia, nel disgelo, a ben poco servivano le aste e le spade, lunghissime e impugnate a due mani, coi cavalli incapaci di tenere l'equilibrio e l'ingombro di pesanti catafratte. Tale armatura, portata dai capi e dai nobili, intrecciata di lamine di ferro o di cuoio indurito, non è perforabile certo dai colpi, ma è di serio impaccio a rialzarsi, se travolti dalla carica nemica. Quel giorno poi sprofondavano nell'alta coltre di neve soffice. Il soldato romano, invece, agile sotto la sua corazza, pronto a bersagliare il nemico con lanci di giavellotti e di aste, poteva trafiggere, se necessario, da vicino, con la sua maneggevole spada, il sarmata inerme (tradizionalmente infatti non si servono dello scudo); e così durò finché i pochi superstiti riuscirono a nascondersi nelle paludi. Qui li finirono i rigori del freddo e le ferite. Allorché la notizia giunse a Roma, il governatore della Mesia, Marco Aponio, ebbe l'onore di una statua trionfale e i legati di legione Fulvio Aurelio, Giuliano Tezio e Numisio Lupo, ricevettero gli ornamenti consolari. Otone, raggiante, se ne attribuiva la gloria, come se suo fosse il successo militare e quasi che avesse, con suoi generali e suoi eserciti, ingrandito lo stato.