Traduzione di Paragrafo 50, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Trepidam urbem ac simul atrocitatem recentis sceleris, simul veteres Othonis mores paventem novus insuper de Vitellio nuntius exterruit, ante caedem Galbae suppressus ut tantum superioris Germaniae exercitum descivisse crederetur. Tum duos omnium mortalium impudicitia ignavia luxuria deterrimos velut ad perdendum imperium fataliter electos non senatus modo et eques, quis aliqua pars et cura rei publicae, sed vulgus quoque palam maerere. Nec iam recentia saevae pacis exempla sed repetita bellorum civilium memoria captam totiens suis exercitibus urbem, vastitatem Italiae, direptiones provinciarum, Pharsaliam Philippos et Perusiam ac Mutinam, nota publicarum cladium nomina, loquebantur. Prope eversum orbem etiam cum de principatu inter bonos certaretur, sed mansisse G. Iulio, mansisse Caeare Augusto victore imperium; mansuram fuisse sub Pompeio Brutoque rem publicam: nunc pro Othone an pro Vitellio in templa ituros? Utrasque impias preces, utraque detestanda vota inter duos, quorum bello solum id scires, deteriorem fore qui vicisset. Erant qui Vespasianum et arma Orientis augurarentur, et ut potior utroque Vespasianus, ita bellum aliud atque alias cladis horrebant. Et ambigua de Vespasiano fama, solusque omnium ante se principum in melius mutatus est.

Traduzione all'italiano


Sulla città, già trepida per le atrocità del recente massacro e in allarme al pensiero della inveterata immoralità di Otone, s'abbatté il nuovo terrore delle notizie relative a Vitellio, notizie soffocate prima dell'assassinio di Galba, tanto ch'era solo trapelato trattarsi d'una defezione delle truppe della Germania superiore. Il fatto che le due figure più abbiette per mancanza di senso morale e di energia, oltre che per dissolutezza, fossero state per fatalità scelte, se così si può dire, a rovinare l'impero, gettava in evidente costernazione non solo senatori e cavalieri, partecipi e interessati alla vita dello stato, ma la gente comune. Non si parlava più dei recenti esempi di pace efferata, ma s'affacciavano alla memoria i ripetuti ricordi delle guerre civili, di una Roma tante volte conquistata dai suoi eserciti, di un'Italia devastata, delle province rapinate, di Farsalo, Filippi, Perugia e Modena, nomi risaputi di disastri pubblici. S'era visto il mondo prossimo allo sfascio anche quando erano uomini di valore a contendersi il principato; ma almeno la vittoria di Gaio Giulio non aveva compromesso l'impero, né la vittoria di Cesare Augusto; la repubblica avrebbe resistito sotto Pompeo e Bruto; ma ora avrebbero dovuto affollare i templi per un Otone o per un Vitellio? Empie sarebbero state le preghiere per l'uno e per l'altro, sacrileghi i voti per quei due, della cui contesa si poteva avere quest'unica certezza, che avrebbe vinto il peggiore. C'erano alcuni che presagivano Vespasiano e il suo esercito d'Oriente, ma se pur era meglio degli altri due, arretravano all'idea terribile di un'altra guerra e d'altri massacri. D'altra parte la fama di Vespasiano non convinceva fino in fondo; fu però l'unico principe, all'opposto dei suoi predecessori, a cambiare in meglio.