Traduzione di Paragrafo 46, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Omnia deinde arbitrio militum acta: praetorii praefectos sibi ipsi legere, Plotium Firmum e manipularibus quondam, tum vigilibus praepositum et incolumi adhuc Galba partis Othonis secutum; adiungitur Licinius Proculus, intima familiaritate Othonis suspectus consilia eius fovisse. Urbi Flavium Sabinum praefecere, iudicium Neronis secuti, sub quo eandem curam obtinuerat, plerisque Vespasianum fratrem in eo respicientibus. Flagitatum ut vacationes praestari centurionibus solitae remitterentur; namque gregarius miles ut tributum annuum pendebat. Quarta pars manipuli sparsa per commeatus aut in ipsis castris vaga, dum mercedem centurioni exolveret, neque modum oneris quisquam neque genus quaestus pensi habebat: per latrocinia et raptus aut servilibus ministeriis militare otium redimebant. Tum locupletissimus quisque miles labore ac saevitia fatigari donec vacationem emeret. Ubi sumptibus exhaustus socordia insuper elanguerat, inops pro locuplete et iners pro strenuo in manipulum redibat, ac rursus alius atque alius, eadem egestate ac licentia corrupti, ad seditiones et discordias et ad extremum bella civilia ruebant. Sed Otho ne vulgi largitione centurionum animos averteret, fiscum suum vacationes annuas exoluturum promisit, rem haud dubie utilem et a bonis postea principibus perpetuitate disciplinae firmatam. Laco praefectus, tamquam in insulam seponeretur, ab evocato, quem ad caedem eius Otho praemiserat, confossus; in Marcianum Icelum ut in libertum palam animadversum.

Traduzione all'italiano


Da quel momento tutto fu in balia dei soldati. Si scelsero loro il prefetto del pretorio, e fu Plozio Firmo, in passato semplice legionario e a quel tempo capo dei vigili, uomo che, ancor prima della morte di Galba, s'era allineato sulle posizioni di Otone. Firmo venne affiancato da Licinio Proculo, così intimamente legato a Otone da far sospettare che ne avesse appoggiato i piani. Prefetto della città nominarono Flavio Sabino, confermando la scelta di Nerone, sotto il quale aveva ricoperto la stessa carica; e non erano in pochi a vedere dietro la sua persona il fratello Vespasiano. Chiesero con forza l'abolizione della consuetudine invalsa di riscattare con denaro l'esonero dal servizio: in effetti i soldati semplici pagavano con questo sistema una specie di tributo annuo. Fatto sta che in ogni manipolo un soldato su quattro se ne andava grazie alle licenze concesse o gironzolava senza far niente per il campo: c'era solo da pagare al centurione il prezzo fissato. Né l'ufficiale si faceva scrupoli a porre un limite alla somma richiesta, né i soldati a scegliere il modo di procurarsela: rapine, furti, prestazioni da schiavo, ecco i mezzi per liberarsi dal peso degli obblighi del servizio. Non solo: i soldati più forniti di denaro venivano sottoposti all'angheria di un lavoro sfibrante, finché non si pagavano l'esenzione. Poi, esaurito il denaro e per di più infiacchiti dall'inattività, tornavano al reparto, non più ricchi ma poveri, non più valorosi ma indolenti, finché, uno dopo l'altro, guastati dal medesimo impasto di povertà e indisciplina, si abbandonavano alla ribellione, alle tensioni interne, per finire nella guerra civile. Ma Otone, per non alienarsi l'animo dei centurioni facendo queste concessioni alla truppa, promise di pagare di tasca propria l'ammontare annuo delle esenzioni, misura senza dubbio utile, confermata in seguito dai prìncipi responsabili come regola permanente. Quanto al prefetto Lacone, si finse di relegarlo in un'isola, dove fu poi assassinato da un soldato della riserva, là inviato in precedenza da Otone a questo scopo; Marciano Icelo, trattandosi di un liberto, fu giustiziato in pubblico.