Traduzione di Paragrafo 29, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Ignarus interim Galba et sacris intentus fatigabat alieni iam imperii deos, cum adfertur rumor rapi in castra incertum quem senatorem, mox Othonem esse qui raperetur, simul ex tota urbe, ut quisque obvius fuerat, alii formidine augentes, quidam minora vero, ne tum quidem obliti adulationis. Igitur consultantibus placuit pertemptari animum cohortis, quae in Palatio stationem agebat, nec per ipsum Galbam, cuius integra auctoritas maioribus remediis servabatur. Piso pro gradibus domus vocatos in hunc modum adlocutus est: "sextus dies agitur, commilitones, ex quo ignarus futuri, et sive optandum hoc nomen sive timendum erat, Caesar adscitus sum. Quo domus nostrae aut rei publicae fato in vestra manu positum est, non quia meo nomine tristiorem casum paveam, ut qui adversas res expertus cum maxime discam ne secundas quidem minus discriminis habere: patris et senatus et ipsius imperii vicem doleo, si nobis aut perire hodie necesse est aut, quod aeque apud bonos miserum est, occidere. Solacium proximi motus habebamus incruentam urbem et res sine discordia translatas: provisum adoptione videbatur ut ne post Galbam quidem bello locus esset."

Traduzione all'italiano


Galba, intanto, non sapeva nulla e, tutto preso dai sacrifici, si raccomandava agli dèi di un impero non più suo. A questo punto si sparge la voce che hanno trascinato alla caserma pretoriana un senatore non identificato, e, subito dopo, che questo senatore è Otone. Poi arrivano informazioni da tutta la città sulla base del racconto di chi li aveva incontrati: chi esagerava per paura la realtà e chi minimizzava, condizionato, anche in quell'ora, dall'adulazione. Si consultano e decidono di sondare la disposizione d'animo della coorte pretoria di guardia al Palazzo, ma non personalmente da parte di Galba, la cui autorità doveva restare intatta, per un intervento più energico. Pisone raccoglie i soldati e così parla dalla gradinata del Palazzo: "Soldati, oggi sono cinque giorni da che, ignaro del futuro e ancora se questo titolo fosse desiderabile o temibile, fui chiamato a essere Cesare: dipende ora da voi decidere per quale destino della nostra casa e dello stato. Non perch'io tema un più funesto destino per me che, provato nelle avversità, apprendo ora come non minori rischi s'affaccino nel momento del successo; ma soffro per il padre, il senato e l'impero stesso, se oggi ci tocca morire o, ciò che per i buoni è altrettanto triste, uccidere. Consolava, nei recenti torbidi politici, vedere la città non insanguinata e il trapasso dei poteri verificarsi senza discordia. La mia adozione sembrava scelta sufficiente a evitare, anche dopo Galba, la guerra.