Traduzione di Paragrafo 20, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Proxima pecuniae cura; et cuncta scrutantibus iustissimum visum est inde repeti ubi inopiae causa erat. Bis et viciens miliens sesteritum donationibus Nero effuderat: appellari singulos iussit, decima parte liberalitatis apud quemque eorum relicta. At illis vix decimae super portiones erant, isdem erga aliena sumptibus quibus sua prodegerant, cum rapacissimo cuique ac perditissimo non agri aut faenus sed sola instrumenta vitiorum manerent. Exactioni triginta equites Romani praepositi, novum officii genus et ambitu ac numero onerosum: ubique hasta et sector, et inquieta urbs actionibus. Ac tamen grande gaudium quod tam pauperes forent quibus donasset Nero quam quibus abstulisset. Exauctorati per eos dies tribuni, e praetorio Antonius Taurus et Antonius Naso, ex urbanis cohortibus Aemilius Pacensis, e vigilibus Iulius Fronto. Nec remedium in ceteros fuit, sed metus initium, tamquam per artem et formidine singuli pellerentur, omnibus suspectis.

Traduzione all'italiano


Ci si occupò subito dopo di questioni finanziarie. Eseguita una scrupolosa ricognizione del problema, la scelta più equa parve riattingere il denaro proprio da dove avevano origine le difficoltà economiche. Nerone aveva dilapidato due miliardi e duecento milioni di sesterzi in donazioni: Galba chiamò i beneficiari per la restituzione, lasciando nelle loro mani un decimo della somma. Ma questo decimo era sì e no quanto restava loro: avevano ingoiato in spese l'altrui come il proprio, mentre ai più rapaci e ai più infami non restavano né terre, né capitali, ma solo l'armamentario dei loro vizi. Alla riscossione vennero designati trenta cavalieri romani, incarico di tipo nuovo e pesante per l'intrico di protezioni e il numero di debitori: ovunque aste e compratori e la città in fermento per le azioni giudiziarie in corso. Tuttavia costituì una grande gioia vedere gli arricchiti da Nerone poveri come quelli da lui spogliati. In quei giorni furono esonerati dalla carica di tribuni Antonio Tauro e Antonio Nasone, fra quelli del pretorio, Emilio Pacense della guardia cittadina e Giulio Frontone da quella dei vigili. Ma, nei confronti degli altri, si rivelò non un rimedio, bensì il germe del panico: mormoravano che erano cacciati alla spicciolata con pretesti mascheranti la paura, perché su tutti gravava il sospetto.