Traduzione di Paragrafo 9, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Constantia orationis et quia repertus erat qui efferret quae omnes animo agitabant eo usque potuere ut accusatores eius, additis quae ante deliquerant, exilio aut morte multarentur. Secutae dehinc Tiberii litterae in Sex. Vistilium praetorium, quem Druso fratri percarum in cohortem suam transtulerat. Causa offensionis Vistilio fuit, seu composuerat quaedam in Gaium Caesarem ut impudicum, sive ficto habita fides. Atque ob id convictu principis prohibitus cum senili manu ferrum temptavisset, obligat venas; precatus que per codicillos, immiti rescripto venas resolvit. Acervatim ex eo Annius Pollio, Appius Silanus Scauro Mamerco simul ac Sabino Calvisio maiestatis postulantur, et Vinicianus Pollioni patri adiciebatur, clari genus et quidam summis honoribus. Contremuerantque patres (nam quotus quisque adfinitatis aut amicitiae tot inlustrium virorum expers erat?), ni Celsus urbanae cohortis tribunus, tum inter indices, Appium et Calvisium discrimini exemisset. Caesar Pollionis ac Viniciani Scaurique causam ut ipse cum senatu nosceret distulit, datis quibusdam in Scaurum tristibus notis.

Traduzione all'italiano


Il fermo coraggio del discorso e l'essere stato capace di esprimere i sentimenti che si agitavano nell'animo di tutti, sortirono come effetto che i suoi accusatori, con l'aggiunta di altri precedenti addebiti, vennero condannati all'esilio o alla morte. Seguì una lettera di Tiberio contro l'ex pretore Sesto Vistilio, che, carissimo al fratello Druso, egli stesso aveva ammesso nel proprio seguito personale. La caduta in disgrazia di Vistilio si spiegava o con l'avere lui effettivamente composto uno scritto satireggiante l'immoralità di Gaio Cesare o con l'esserne a torto creduto il responsabile. Venne perciò allontanato dall'intimità del principe e, dopo ch'ebbe tentato, con le sue mani di vecchio, di tagliarsi col ferro le vene, se le legò; ma, dopo aver scritto poche righe di supplica, respinte con asprezza da Tiberio, le aprì di nuovo. Vengono poi, in massa, accusati di lesa maestà Annio Pollione, Appio Silano con Scauro Mamerco e Sabino Calvisio e, in aggiunta al padre Pollione, il figlio Viniciano, tutti di nobile casato e insigniti delle cariche più alte. Il terrore invase i senatori (ben pochi di loro, infatti, potevano dirsi estranei a rapporti di parentela e di amicizia con uomini tanto famosi), ma il tribuno della coorte urbana Celso, figurante tra gli accusatori, sottrasse al pericolo Appio e Calvisio. Cesare differì il caso di Pollione e Viniciano e quello di Scauro, per esaminarli personalmente, in collaborazione col senato, dopo aver espresso minacciosi apprezzamenti nei confronti di Scauro.