Traduzione di Paragrafo 7, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Tum facta patribus potestate statuendi de Caeciliano senatore qui plurima adversum Cottam prompserat, placitum eandem poenam inrogari quam in Aruseium et Sanquinium, accusatores L. Arruntii: quo non aliud honorificentius Cottae evenit, qui nobilis quidem set egens ob luxum, per flagitia infamis, sanctissimis Arruntii artibus dignitate ultionis aequabatur. Q. Servaeus posthac et Minucius Thermus inducti, Servaeus praetura functus et quondam Germanici comes, Minucius equestri loco, modeste habita Seiani amicitia; unde illis maior miseratio. Contra Tiberius praecipuos ad scelera increpans admonuit C. Cestium patrem dicere senatui quae sibi scripisset, suscepitque Cestius accusationem. Quod maxime exitiabile tulere illa tempora, cum primores senatus infimas etiam delationes exercerent, alii propalam, multi per occultum; neque discerneres alienos a coniunctis, amicos ab ignotis, quid repens aut vetustate obscurum: perinde in foro, in convivio, quaqua de re locuti incusabantur, ut quis praevenire et reum destinare properat, pars ad subsidium sui, plures infecti quasi valetudine et contactu. Sed Minu cius et Servaeus damnati indicibus accessere. Tractique sunt in casum eundem Iulius Africanus e Santonis Gallica civitate, Seius Quadratus: originem non repperi. Neque sum ignarus a plerisque scriptoribus omissa multorum pericula et poenas, dum copia fatiscunt aut quae ipsis nimia et maesta fuerant ne pari taedio lecturos adficerent verentur: nobis pleraque digna cognitu obvenere, quamquam ab aliis incelebrata.

Traduzione all'italiano


Lasciati liberi di pronunciarsi sul conto del senatore Ceciliano, che aveva prodotto numerosi capi d'accusa contro Cotta, i senatori decisero di irrogargli la stessa pena inflitta ad Aruseio e Sanquinio, accusatori di Lucio Arrunzio; e questo fu il massimo onore toccato a Cotta, il quale, nobile ma in dissesto per le dissolutezze e per le infamie screditato, si vedeva messo alla pari, nella dignità della vendetta, ai grandi meriti di Lucio Arrunzio. Fu poi la volta di Quinto Serveo e di Minucio Termo, ex pretore e in passato compagno di Germanico il primo, di ceto equestre il secondo: imputati di amicizia, di cui non avevano approfittato, con Seiano, e oggetto quindi di maggiore commiserazione. Tiberio, al contrario, li presentò come tra i maggiori responsabili dei crimini di Seiano, invitando Gaio Cestio il vecchio a rendere noto in senato quanto gli aveva scritto; così a Cestio non restò che farsi carico dell'accusa. Questo il flagello, che in particolare ebbero a vedere quei tempi, quando i senatori più autorevoli s'abbassavano alle più ripugnanti delazioni, alcuni scopertamente, altri per vie sotterranee; né avresti potuto distinguere tra estranei e parenti, amici e sconosciuti, tra fatti recenti e altri immersi nell'indeterminatezza del lontano passato. Le denunce fioccavano per discorsi fatti ovunque, nel foro o a un banchetto, qualunque fosse l'argomento, e si correva a essere i primi a designare il colpevole: alcuni per difesa personale, ma i più infetti da una sorta di morbo contagioso. Minucio e Serveo, condannati, passarono, a loro volta, alle denunce. Vennero così coinvolti nella stessa rovina Giulio Africano, della popolazione gallica dei Santoni, e Seio Quadrato, la cui origine non ho potuto sapere. Non ignoro invece che non pochi storici hanno volutamente tralasciato le persecuzioni e le pene inflitte a tante persone: erano una quantità estenuante, oppure temevano di affliggere i lettori col disgusto da loro stessi provato in troppi e avvilenti episodi. Quanto a me, ho incontrato numerosi casi che meritavano di essere conosciuti, benché altri li abbiano lasciati cadere.