Traduzione di Paragrafo 6, Libro 6 di Tacito

Versione originale in latino


Insigne visum est earum Caesaris litterarum initium; nam his verbis exorsus est: 'quid scribam vobis, patres conscripti, aut quo modo scribam aut quid omnino non scribam hoc tempore, di me deaeque peius perdant quam perire me cotidie sentio, si scio.' adeo facinora atque flagitia sua ipsi quoque in supplicium verterant. Neque frustra praestantissimus sapientiae firmare solitus est, si recludantur tyrannorum mentes, posse aspici laniatus et ictus, quando ut corpora verberibus, ita saevitia, libidine, malis consultis animus dilaceretur. Quippe Tiberium non fortuna, non solitudines protegebant quin tormenta pectoris suasque ipse poenas fateretur.

Traduzione all'italiano


Parve insolito l'inizio della lettera di Cesare, che appunto così esordiva: "Cosa debba scrivervi, o senatori, o in che modo, oppure cosa, in questo momento, non debba scrivervi, se io lo so, possano gli dèi e le dee farmi perire di morte peggiore di quella di cui mi sento ogni giorno morire". Tanto i suoi delitti e le sue nefandezze s'erano trasformati in tormento anche per lui. Non a caso il maggiore dei saggi soleva affermare che, se si potesse mettere a nudo l'animo dei tiranni, vi si vedrebbero lacerazioni e ferite, perché, come il corpo porta i segni delle percosse, così l'animo è straziato dalla crudeltà, dalle incontrollate passioni, dai propositi malvagi. In verità, né la potenza né il rifugio nella solitudine proteggevano abbastanza Tiberio dal dover confessare i tormenti del suo cuore e le sue pene.